Suchen English (United States)  Italiano (Italia) Deutsch (Deutschland)  Español (España) Čeština (Česká Republika)
Freitag, 30. Juli 2010 ..:: Bibliografia » Recensioni ::.. registrieren  anmelden
 Recensioni

 

Giustiziateli sul campo – Letteratura e banditismo

Chi si interessa o vorrà interessarsi di brigantaggio preunitario e postunitario non potrà fare a meno di leggere il libro di Raffaele Nigro: Giustiziateli sul campo – Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri. Un volume di 700 pagine, pubblicato nel mese di novembre 2006, che è saggio ed enciclopedia, storia e letteratura, catalogo e bibliografia. Si parte dal Medioevo con Robin Hood e si arriva alla Lega Nord ed ai movimenti neoborbonici dei giorni nostri. Protagonisti assoluti sono i briganti: santi e delinquenti, ladri e benefattori, romantici e sanguinari, banditi e partigiani. Vengono catalogate e presentate ballate e cantate popolari, poesia e teatro, operette e melodrammi, diari e romanzi, biografie e favole, cinema e pittura, folklore e ristoranti, vini e fonti archivistiche.
Rivivono i briganti Fra’ Diavolo, Gasparoni, il Passatore, Mastrilli, don Ciro Annicchiarico, Mayno della Spinetta, Chiavone, Tiburzi, Vardarelli, Borjès, Crocco, Michelina De Cesare, Ninco Nanco, Sergente Romano, Pizzichicchio, Nicola Morra, Musolino, Salvatore Giuliano, e mille altri.
Vengono sfogliati i libri di Stendhal, Irving, Pietro Masi, Monnier, Emidio Cardinali, Oddo, Bourelly, De Sivo, generale Church, Moens, De Witt, Saverio Nitti, Del Zio, Lucarelli, Cesari, Gelli, Alianello, Mario Monti, Hobsbawm, Molfese, Pedio, Viterbo, De Jaco, Nicolosi, Mammuccari, Alfio Cavoli, Alfonso Scirocco, Valentino Romano, Gianni Custodero, e tanti altri.
Il libro è soprattutto pensato – scrive lo stesso Raffaele Nigro – per consultazioni fatte al momento giusto. Non è necessaria quindi una lettura metodica, si può sfogliare il libro e fermarsi su qualcosa che suscita interesse o si può cercare qualcosa che ci interessa, si può scorrere l’indice andandosi poi a leggere del brigante o dello scrittore che si vuol approfondire, si può cominciare la lettura dai capitoli finali e andare poi a ritroso. Io comunque ne ho fatta una lettura organica e metodica, che è durata parecchi giorni, davanti ad un computer collegato ad internet per poter acquistare online libri che mi interessavano e che già non avevo.
Il libro si occupa – dice ancora Nigro – della scrittura di e sui briganti nata soprattutto in Italia, facendo confluire sotto questa voce, diventata nei tempi correnti pluricomprensiva, termini come: banditi masnadieri fuorgiudicati ribelli fuorbanditi sbandati ladroni. Io però avrei preferito che nel titolo ci fosse la parola “briganti”.
Dalla lettura del libro viene fuori palesemente che Nigro è dalla parte dei briganti. Non a caso il libro è dedicato “a Tommaso Pedio compagno di briganti”. Il brigantaggio viene letto come fenomeno originato da malessere sociale ed economico. Gli sconvolgimenti politici e sociali provocano quasi sempre, per reazione, un banditismo anarcoide o legittimista. Nasce spontaneo il collegamento al terrorismo del nostro tempo. «Un banditismo politico che oggi va di pari passo con forme di terrorismo rivoluzionario o separatista, dalla guerriglia basca a quella irlandese al terrorismo ceceno, afgano e iracheno e che diventa sempre più eclatante per via degli strumenti di offesa messi in atto», scrive Nigro.
A conclusione del libro sarebbe stato molto utile un apparato di indici con nomi e luoghi.

Raffaele Nigro, Giustiziateli sul campo – Letteratura e banditismo da Robin Hood ai nostri giorni, Rizzoli, novembre 2006, pp. 700, Euro 26,00
 
Rocco Biondi - 18.01.07
 


Giuseppe Granieri, La storia bandita (titoli di libri, nomi di briganti)

Bookcafè.gif1. Una personalissima opinione a mo' di premessa. Il tema che sto per introdurre, è spesso stato una specie di territorio franco per chi desiderasse appoggiare idee politiche proprie o per chi avesse in animo di smontare idee politiche altrui. Personalmente sono convinto che nessuna idea è politica in sè, mentre può essere politico l'uso che se ne fa.
Posso dunque precisare sin d'ora che lo scopo ultimo di queste righe che ho messo insieme non esula dalla semplice volontà di tracciare un indice di titoli, avvicinando presumibili lettori a bellissime trame. Trame che -per una volta- oltre che dalla letteratura, ci sono narrate dalla Storia.

2. Attualità di una guerra di ignoranza. Come ha avuto modo di scrivere recentemente Paolo Mieli (Risorgimento, fossa della democrazia su La Stampa del 20 settembre 1998), è in atto una vera e propria aggressione contro il Risorgimento, dovuta alla pubblicazione negli ultimi mesi di saggi e pamphlets, come In difesa del Risorgimento (di Alfonso Scirocco, Il Mulino), come Risorgimento da riscrivere (di Angela Pellicciari, Ares) o come L'unità d'Italia: pro e contro il risorgimento di Alberto Castelli (Edizioni e/o).
L'opinione di Mieli, a conclusione dell'articolo, è indicativa e mi piace per la prospettiva:

"Alle origini del Risorgimento, solo ed esclusivamente per come sono andate le cose, senza colpe particolari, c'è dunque una sorgente di acqua inquinata che ha infettato il corso del fiume della storia italiana impedendo al nostro Paese di diventare una democrazia come tutte le altre. Che gli storici, pur schierandosi pro o contro il Risorgimento, tornino su quegli anni e si comportino come chimici che cercano di individuare la natura di ciò che ha corrotto quelle acque, sotto questo profilo, è in ogni caso proficuo. E forse ci può essere d'aiuto per sciogliere alcuni nodi del presente."

Tra i temi più caldi del dibattito, il ruolo dell'Italia inferiore (come veniva chiamato il meridione) e l'opportunità (messa in discussione) della sua "inglobazione" nell''unione d'Italia. Soprattutto considerando un fatto singolare nella storia dei popoli: il processo di unificazione italiano avvenne ad opera dei piemontesi, che parlavano il francese come lingua di cultura e che non si erano mai spinti fino a quelle contrade. Vienna e Parigi, oltre ad essere maggiormente attrattive, erano più facili da raggiungere e nemmeno i mercanti tentavano di vendere i loro prodotti in quel regno del sud curiosamente detto delle due Sicilie.
Illuminante il bellissimo Venga a Napoli, signor Conte di Mario Costa Cardol (Mursia 1986, ripubblicato nel 1996 nella collana Storia e documenti a £. 18.000). Se già la copertina allude (proponendo una stampa satirica dell'800 che ritrae Garibaldi che pesca mentre Cavour gli ruba i pesci), il sottotitolo non lascia dubbi: Storia poco nota del nostro risorgimento. Per dare una idea dei documenti minori riportati alla luce (dalla volontà di renderli noti), scelgo qualche brano delle lettere inviate a Cavour dal Marchese di Villamarina, ambasciatore piemontese a Napoli:

" (...) considerate ch'io sono in Cina (...)"

"I preti e i gesuiti la fanno da padroni. La massa è stupida e brutale, in fondo monarchica; la regalità è ancora una religione per questo popolo abbrutito. Fra la borghesia si trova qualche bella individualità, qualche bella intelligenza, ma di natura pavida, senza energia. Ciascuno teme per sè e per la sua famiglia... "

Come anticipava De Maistre ai Savoia, saggiamente per quei tempi, ci sono nazioni immescolabili. E, sempre il De Maistre, aggiungeva: "l'unione delle nazioni non presenta difficoltà sulla carta, ma nella realtà è un'altra cosa." E cosi', con le parole di Costa Cardol:

"Agli inizi del dicembre 1860 il problema del Mezzogiorno comincia ad assumere l'aspetto bieco di una guerra che non è civile nè di conquista. Guerre civili erano le guerre di religione in Germania e in Francia nel cinquecento e nel seicento; guerre di conquista quelle degli inglesi contro gli scozzesi nel settecento; guerra civile era il conflitto tra il nord e il sud degli Stati Uniti d'America; nel novecento classiche guerre civili si sarebbero poi avute in Russia e Spagna.
La guerra, che nel Mezzogiorno d'Italia stava per iniziare sotto l'espressione attenuativa di
lotta al brigantaggio, era piuttosto una guerra di ignoranza, uno scontro fra due mentalità, il frutto di un equivoco. Nè la Francia nè la Germania furono unificate così alla cieca (...)
In Italia, invece, si cadde dalle nuvole. Improvvisamente si scoprì che i meridionali non volevano i piemontesi, com'erano chiamati, per estensione, gli uomini del Nord. Una sciocchezza: centomila e più morti in cinque anni per un equivoco, una sbadataggine, una carenza di informazioni"

3. La storia bandita. In questa guerra dell'ignoranza, sotto la bandiera della rivolta contadina e con la scusa della restaurazione borbonica, guadagnarono atroce e giusta fama i briganti, figure grandiose e ambigue, romantiche e crudeli. Alcuni, come Crocco e Ninco Nanco, erano fuori dalla legge perchè "era meglio brigante in patria che inutile eroe chissà dove e magari per un monarca straniero". Altri, come il generale Borjès, maestro di guerriglia accorso dalla Spagna per salvare il re Borbone, briganti lo diventarono perchè dovettero combattere accanto a loro e farsi compagni di razzia e spartizione.
Ma il brigantaggio non nasceva allora. Come racconta Raffaele Nigro nel suo straordinario romanzo I fuochi del Basento (Rizzoli, £. 18.000), già dai principi del secolo molti contadini si erano dati alla montagna, chi per scelta definitiva, chi come attività stagionale (razziando in primavera ed estate e nascondendosi nei mesi freddi).
Nella saga narrata da Nigro (con uno stile degno delle epopee di Marquez, ma più raffinato) si scoprono le ignorate gesta del brigante Taccone che, dopo la rivoluzione napoletana, si proclama "Re di Calabria, Basilicata e Terra di Lavoro". Il novello Lope de Aguirre, con un esercito di 700 uomini ed una corte itinerante, muove su Napoli per liberarla dal dubbio dei suoi tre re uccidendo il Murat (messo sul trono da Napoleone) e impedendo il ritorno dei Borbone. Perennemente inseguito dalle truppe francesi del generale Manhes, ma accolto in pompa magna nei paesi e nelle città, persino invitato a tutti i matrimoni, Taccone esercita il suo potere attraverso la paura e la crudeltà, lasciando l'impronta nel paese.
E prima di lui il generale Francesco Nigro, fomenta e comanda la rivoluzione contadina accanto ai galantuomini liberali. Analfabeta, ma con il dono del versetto e della rima, grazie alle sue razzie accumulerà migliaia di volumi nelle grotte dell'Appennino, sperando un giorno di imparare a leggere. Morirà in battaglia, combattendo per il sogno di una repubblica di intellettuali.

Quanto a Crocco e alla sua rivolta contadina, un altro grandissimo romanzo, L'eredità della priora di Carlo Alianello (Feltrinelli. Edizioni Osanna), ce ne racconta le gesta:

"Carmine Donatello Crocco fu un bellissimo uomo, alto, slanciato, con ventre magro e torso grande, amplissime le spalle, ladro, assassino, disertore dell'esercito borbonico, lancia spezzata dei liberali nell'insurrezione lucana, garibaldino e poi ancora disertore, assassino ancora, ladro sempre. Fu soprattutto il cafone armato che infuria, il motore e il banditore della rivoluzione contadina, piuttosto che della reazione borbonica. La sua è la rivolta del popolo magro contro la durezza dei piemontesi che han portato con loro tristi novità, tasse, sequestri, sfratti e fucilazioni... "

Nella banda di Crocco, generale come tutti i grandi briganti, c'erano Ninco Nanco, lugotenente crudelissimo, brigante di professione dal nome evocativo di terrore, poi Romaniello, Pasquale Biscione detto Fedele e tanti altri.
Don Josè Borjès, invece, generale carlista, fu chiamato dal generale Clary a prendere il comando dell'esercito reazionario, ovvero delle bande brigantesche. Questa truppa eterogenea, armata di forcole e ronconi, coltelli e qualche fucile, ma guidata dal carisma di Crocco, paese dopo paese occupa il Vulture e la zona del melfese.
Ma, ad un certo punto, quando già -grazie ad uno stratagemma di Borjès- stavano per prendere Potenza ed andare definitivamente avanti, minacciando "seri strappi all'unità d'Italia", si fermano e tornano indietro. Cosa successe mai?
Secondo lo storico Tommaso Pedio (Prefazione a La mia vita tra i briganti, diario del generale Borjès) il dissidio tra i due generali fu fatale all'azione e portò alla divisione delle truppe e dei destini. Crocco, molti anni dopo, nel 1867, fu processato, dopo essersi arreso in cambio della vita. Borjès, invece, fu imprigionato a Tagliacozzo mentre tentava di fuggire a Roma per ricostruire un esercito regolare. Fu giustiziato nel dicembre del '61.
Non sappiamo e probabilmente non sapremo mai cosa accadde veramente. Se, dopo tutte queste letture, qualcuno volesse approfondire ulteriormente, suggerisco la consultazione delle memorie di Borjès e -soprattutto- delle Cronache Potentine del Riviello, che riportano ampi stralci del processo a Crocco, tenutosi di fronte alla Corte di Assise di Potenza.

Giuseppe Granieri - 24.09.2006

Fonte: http://www.bookcafe.net/bandita.htm


Raffaele Nigro, I fuochi del Basento, 1987, Camunia editrice

Fuochi del Basento.jpgAvevo comprato il libro I fuochi del Basento di Raffaele Nigro nel 1989, due anni dopo l'uscita da Camunia editrice; ma ero arrivato, nella lettura, solo fin verso la metà. L'organizzazione, che sto curando, di una "Settimana di studi sul Brigantaggio meridionale" è stata l'occasione per riprenderlo e portare questa volta a termine la lettura. Raffaele Nigro fa parte del Comitato organizzatore de "La Settimana dei Briganti".
Il libro I fuochi del Basento ottenne nel 1987 il premio Super Campiello ed il Premio Napoli narrativa.
Scrittura dura da masticare, specialmente nella prima parte.
I fatti narrati nel libro sono un misto di cronaca e di immaginazione, come la Storia del resto.
Dal libro ho tratto tre frasi, che ho posto come epigrafe alla settimana di studi sul brigantaggio. Sintetizzano, a mio parere, lo spirito del libro di Raffaele Nigro e l'anima più o meno nascosta dei briganti "buoni". Eccole: «Io ora non combatto per rubare e per farmi ricco, ma per l'emancipazione dei contadini, per affrancarli dalle servitù, dalle decime, dai terraggi»; «Nessuno ricorda mai gli sconfitti. Ma ogni tanto si affaccia un Giannone, un Cuoco e fa giustizia. Cent'anni dopo i fatti, magari»; «L'idea di uno Stato in cui fossero i contadini a governare non morì».
La vita dei briganti era piena di fatica e di batticuore: «Si getta erba bagnata e terriccio sui tizzoni dove si sono arrostite due patate, un passero, se va bene una gallina, e si fugge verso il cuore degli intrichi, tra le canne e gli acquitrini, a cavallo chi ne ha uno, a piedi gli altri, con la tromba i comandi, le schioppettate nelle orecchie, la morte dietro la nuca».
Nel libro si vive anche il sesso puro dei contadini. Ma Angelo Michele aveva solo attenzione per l'imboccatura della camicia di Teresa Addolorata, i suoi occhi erano unghie: «E se verrai nella pagliera ti farò vedere il bastoncino del re. Il re comanda e tutti ubbidiscono, e si fa piccolo e grande a seconda della richiesta». Un bastone magico!
«Nella strada polverosa passò una squadra di mietitori. Scalzi e laceri come sono i braccianti della Puglia». Questa cosa me la raccontava anche mio padre.
Il dotto don Tommaso Bindi al figlio del brigante Francesco Nigro così ricordava il padre: «Ma questo può dirti tutto: non sapeva leggere, eppure aveva accumulato nelle grotte di Monticchio più libri di questa biblioteca; uno così, non è un uomo che fa meraviglia?».
Ne I fuochi del Basento i morti continuano a vivere sulla terra e fanno da guida ai vivi. «Benvenuto in queste case. Io sono Pietropaolo, tuo fratello, morto in tenera età e comandato dall'angelo a seguirvi, tutti di casa, nel bene e nel male. Sii qui dentro il padrone e il servo e non temere i nemici».
Ma i morti si fanno compagnia anche tra loro. La sera che don Tommaso Maria fu seppellito, Francesco Nigro lo aspettò al cancello del cimitero. Erano visibilmente commessi e sorpresi, entrambi. «Eccellenza, vi aspettavo». «Dove si va?» chiese do Tommaso Maria. «Eccellenza, per qualunque strada» spiegò Francesco, «perché qui ogni posto è buono».

Rocco Biondi - 13.09.2006

Fonte: http://roccobiondi.blogspot.com/2006/09/i-fuochi-del-basento-libro.html


Don José Borges, Diario di guerra, a cura di Valentino Romano, 2003, Adda Editore

Diario Borges copertina.jpgNel febbraio del 1861, con la capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie cessa - di fatto - di esistere. Francesco II ripara a Roma, ospite degli ambienti pontifici a lui non ostili. Il re borbone si illude in un suo ritorno immediato sul trono. Crede che le popolazioni del sud siano rimaste a lui fedeli e che siano pronte a ribellarsi e a sollevarsi contro i piemontesi, che hanno imposto l'unità d'Italia.
Ma i piani di riscossa peccano di pressapochismo e di velleitarismo, essendo in gran parte fantasiosi ed inattuabili.
Gli strateghi del sovrano non riescono a progettare nessun serio ed efficace piano controrivoluzionario.
Francesco II si aggrappa all'idea che la riconquista del regno possa concretizzarsi anche attraverso un'iniziativa isolata, capace di coinvolgere le popolazioni. E affida il comando di una spedizione al generale spagnolo José Borges.
L'11 settembre 1861 Borges s'imbarca da Malta per raggiungere la Calabria, con appena una ventina di uomini. Nella notte del 13 settembre sbarca fra Bruzzano e Brancaleone. In Calabria non trova né popolo né soldati ad attenderlo.
L'unico gruppo di uomini armati che in qualche modo lo aiuterà è quello capeggiato dal brigante Carmine Crocco.
Ma Borges e Crocco appartengono a due mondi diversi, hanno due modi diversi di vedere e valutare le cose.
Borges vuol condurre la sua campagna militare con onestà e coerenza, si oppone al saccheggio sistematico dei paesi, illudendosi di poter trasformare una massa ingovernabile di gente senza futuro in un esercito organizzato, disciplinato e con un proprio codice d'onore.
Crocco combatte invece una sua guerra personale, contro tutto e contro tutti: capisce che la posta politica è persa in partenza; la sua è lotta di classe, lotta contadina, condotta alla giornata; taglieggia - in quanto tali - tutti i proprietari terrieri, senza distinzione, anche quelli filoborbonici; consente il saccheggio, anche quando non ne è convinto perché sa che è l'unico mezzo per approvvigionare i suoi uomini e il solo collante di una massa di sbandati. Crocco è consapevole della superiorità numerica del nemico: attua alla perfezione la tattica del "mordi e fuggi" che oggi si definirebbe di guerriglia.
Quando Crocco si rende conto che Borges non gli è più utile l'abbandona.
Uno scrittore, contemporaneo di Borges, lo descrive come «... don Chisciotte di una causa perduta e screditata, combattè i mulini a vento ma li combattè colla fede del soldato d'onore e di convinzione».
L'8 dicembre 1861 Borges, tradito, viene catturato da un battaglione di bersaglieri, con l'ausilio delle Guardie Nazionali, e fucilato a Tagliacozzo. Con Borges furono fucilati otto spagnoli e otto italiani.
Borges se non si fosse lasciato prendere dalla sua generosità ed umanità si sarebbe salvato. Si era fermato in una cascina, poco prima dei confini dello Stato pontificio, per far riposare gli uomini che lo seguivano a piedi. Lui ed alcuni ufficiali spagnoli erano a cavallo.
Crocco invece, arrestato successivamente e condannato all'ergastolo, morì 44 anni dopo, il 18 giugno 1905.
Borges nel suo diario descrive gli avvenimenti succedutesi dalla sua partenza da Malta fino al giorno prima della sua fucilazione.
Il Diario, pubblicato la prima volta già nel 1862, ha avuto un grande successo editoriale che continua ancora oggi.
L'edizione che io ho letto nella giornata di ferragosto, pubblicata da Adda Editore nel 2003, è stata curata da Valentino Romano, appassionato e competente studioso del brigantaggio meridionale. Grande merito di questa edizione è che la traduzione del diario, per la prima volta, è avvenuta sul testo autografo, scritto in francese e conservato nell'Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Esteri Italiano.
Quest'opera di Valentino Romano, come le sue altre, s'inserisce nel solco della rilettura e rivalutazione del fenomeno del brigantaggio, inteso non più come fenomeno negativo e malavitoso, ma come aspirazione delle classi più umili, prima fra tutte quelle contadine, ad una vita migliore su questa terra.
Scrive Valentino Romano, in un'altra opera: «Oggi nessuno studioso, degno di tal nome, mette in discussione l'unità d'Italia: ci si chiede, semmai, se le sue modalità di attuazione abbiano risposto alle reali aspettative delle popolazioni interessate; ci si chiede se abbiano prevalso gli ideali politici e culturali o gli interessi economici di lobbies nazionali ed internazionali; ci si chiede se ci sia stato un reale e democratico coinvolgimento di tutte le classi sociali o una imposizione manu militari della legge del più forte.

Rocco Biondi - 16.08.2006

Fonte: http://roccobiondi.blogspot.com/2006/08/diario-di-guerra.html



 Modulinhalt drucken   
Copyright (c) 2000-2006   Nutzungsbedingungen  Datenschutzerklärung
DotNetNuke® is copyright 2002-2010 by DotNetNuke Corporation