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Giuseppe Pennacchia ai Sabati Briganteschi

Sabato 29 maggio 2010 - ore 19,00
Biblioteca Scolastica “Giovanni Neglia” - Piazza Ostillio – Villa Castelli (Brindisi)

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”, Giuseppe Pennacchia, Storico del Brigantaggio e Docente di Igiene Ambientale presso l’Università La Sapienza di Roma, terrà una conferenza sul tema: “Flashback sui briganti: vendicatori giustizieri guerriglieri”.

Una storia del brigantaggio può essere delineata sin dagli albori dell’umanità, quando nel consesso sociale cominciarono a differenziarsi ruoli e comportamenti, il cui giudizio, non fermato alla sola natura etica del ruolo, va approfondito in termini di effettivo contributo allo sviluppo della nostra storia, che spesso coincide con quella dei vinti. Lo stesso immaginario mitologico consolida questa figura, ponendola nel panteon divino, con qualità e missioni ben precise, a dimostrazione di quanto sia tenuta in considerazione la sua attività. Solo attraverso l’esame degli aspetti sociologici, antropologici, e se vogliamo anche letterari del fenomeno, si può dipanare quel fil rouge che accompagna la storia ufficiale fino ai giorni nostri, con l’emergere di questi eroi della contro-storia, o, meglio, di questi contro-eroi della storia. Gli aspetti essenziali dell’uomo-brigante si imperniano su quattro punti essenziali: lo
switch ovvero il mutamento radicale ed improvviso del tipo di vita, le ragioni dell’inizio dell’attività brigantesca, la natura della leadership, la morte. Ed è proprio la morte, attraverso un flashback della vita del brigante, che vede quel corpo pesantemente abbattuto sul terreno, rialzarsi riprendere vita, per far riflettere ed ammonire, per dare qualche speranza a chi più non ce l’ha. Il contro-eroe, tale solo perché inviso al potere, rimette in piedi tutti i nodi di una storia sommersa che nella sublimazione eroica combatte la supremazia del forte contro il debole. Occorre riconsegnare al fenomeno del brigantaggio la concretezza della versione popolare, senza perdere di vista, di fronte alla corposità del fatto, il senso ed il significato della Storia, ma solo per arricchirlo.

Giuseppe Pennacchia, pronipote di Michele Pezza di Itri, detto Fra’ Diavolo, nato ad Ascoli Piceno nel 1944, ingegnere, dirigente d’azienda, è autore di numerose pubblicazioni nel campo dell’ingegneria dell’ambiente e dell’energia, ed è docente di Igiene Ambientale presso la Facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma. E’ stato Sindaco del comune di Giove (Terni).

Opere di Giuseppe Pennacchia:
L’Italia dei briganti, intr. Di Paolo De Nardis (Rendina, Roma, 1999)
La guerra lampo del Tevere del 1798 (Punto Uno, Terni, 2004)
Briganti in Terra di Santi, Storie e leggende di fuorilegge in Umbria (Punto Uno, Terni, 2005)
Fra’ Diavolo. Nascita di un mito (Odisseo, Itri, 2006)
Brigantaggio in Basilicata (Odisseo, Itri, 2007)
Storie di Briganti. Dieci sceneggiati sui briganti italiani: Musolino, Crocco, Ninco Nanco, Chiavone, Tiburzi, Mayno della Spinetta, Michelina De Cesare, Francesca La Gamba (la Capitanessa), Giovanni Tolu, il Passatore (Produzione RAI International per il programma Racconto Italiano, 2009).

Sin dal mattino del 29 maggio 2010, presso i locali della Scuola Elementare in Piazza Ostillio, sarà allestita una mostra iconografica (incisioni, acqueforti, stampe) sul tema “Briganti & Brigantaggio tra '800 e '900”.

Rocco Biondi

 


 

 

Valentino Romano ai Sabati Briganteschi

Sabato 24 aprile 2010 - ore 19,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”, Valentino Romano presenta in prima assoluta il suo libro “Nacquero contadini, morirono briganti”, edito da Capone Editore.
Introdurranno Flavia Perrotti, docente di Lettere presso il Liceo Classico “Marco Terenzio Varrone” di Rieti, e Annalisa Montinaro, editore e scrittrice.

Per comprendere pienamente il brigantaggio postunitario meridionale, liberandolo da ogni orpello ideologico bisogna calarsi nel mondo contadino dell’epoca che ne è il substrato culturale e sociale. Le storie riportate, sono state recuperate pazientemente in anni di scavi archivistici da Valentino Romano e aprono uno squarcio interessante, spesso inedito, su questo mondo nel quale convivono e si scontrano tutti insieme cafoni e galantuomini, idealisti e profittatori, ultimi eroi romantici e avventurieri di sempre, mestatori e doppiogiochisti, briganti e soldati, vittime e carnefici, sbirri e grassatori, giudici e imputati, carnefici e condannati, preti avidi e monaci intriganti, mogli e amanti, eroine e puttane: comparse che affollano il Sud, palco di speranze, di illusioni e di delusioni sul quale, malinconicamente dissoltosi il Regno delle Due Sicilie, va in scena la nuova Italia. I briganti ci appaiono come feroci e sanguinari individui e sono conosciuti soltanto per le loro imprese o per la loro fine tragica. Ma della loro umanità, delle loro passioni, delle loro debolezze quasi mai nessuno se ne è occupato. A questo vuoto ideologico, dice Zanetov nella sua prefazione, ha rimediato Valentino Romano e nelle pagine che ha scritto “ci sono dolore e leggerezza insieme, crudeltà e amore: c’è umanità e disumanità come antinomia della stessa essenza: quella della realtà fatta di carne, delle sue pulsioni…”, come ha aggiunto la Mazzitelli nella sua postfazione.
Valentino Romano ha voluto dimostrare anche che in una storia tragica ed esaltante come quella del brigantaggio non ci sia bisogno di inventare nulla, è sufficiente leggere le carte e raccontarle. Così le storie che ha tratto dagli archivi sono assolutamente vere e rappresentano squarci di un affresco del mondo contadino, della sua rabbia, delle sue rivolte, delle sue tenerezze, dei suoi limiti. Le storie sono il pretesto a cui l’autore ricorre per avvicinare il lettore alle problematiche del periodo, dapprima per coinvolgerlo emotivamente e poi per farlo riflettere sui silenzi e sulle mistificazioni della storia ufficiale.
Lo sforzo di Valentino Romano non è tanto quello di giustificare o esecrare, ma scavare nelle stratificazioni ideologiche e riportare alla luce l’uomo del Sud di ieri, con i suoi pregi e i suoi limiti, e riproporlo a quello di oggi; e a questi, ad esempio, fa chiedere da Ninco Nanco, attraverso un documento inedito da lui scoperto: “voi al posto mio che cosa avreste fatto?”.

Dopo la presentazione del libro di Valentino Romano verrà inaugurata la sede dell'Associazione "Settimana dei Briganti - l'altra storia", sita nella strada Pasquale Romano / Sergente Brigante. Questa strada era un vicolo di Via Garibaldi ed è la prima in tutta l'Italia che viene intitolata al Sergente Romano, un brigante legittimista nato a Gioia del Colle (Bari) nel 1833 e morto ucciso dai piemontesi il 5 gennaio del 1863.
L'iniziativa dell'intitolazione di una strada al sergente brigante Pasquale Domenico Romano in Villa Castelli (Brindisi) è dell'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”.

Rocco Biondi

 


 

Villa Castelli, 22 marzo 2010

Mario Spagnoletti ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 marzo 2010 - ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Mario Spagnoletti, professore di Storia Contemporanea presso l'Università di Bari, parlerà sul tema: “Risorgimento e Brigantaggio. Commissione d'inchiesta sul brigantaggio e legge Pica”.

Il Risorgimento italiano continua a perdere quell'alone aprioristicamente positivo che per molto tempo gli è stato riservato. Storici e studiosi, basandosi su una mole immensa di documenti per molti anni nascosti o trascurati, danno una valutazione più critica sui fatti che hanno portato all'unità d'Italia. Si prende atto che quell'unità più che anelito di popolo è stato il frutto delle mire espansionistiche dei Savoia piemontesi, avallate da plurimi interessi dei grandi Stati che all'epoca governavano l'Europa. Viene fuori prepotentemente il movimento popolare che nel Meridione si oppose a quell'annessione: il brigantaggio politico e sociale.

Dice il professore Spagnoletti: «Nel 1931, in un saggio apparso su “Archivio Storico per le Province Napoletane”, Gino Doria liquidò sin troppo sbrigativamente e perentoriamente il brigantaggio meridionale postunitario come un fenomeno criminale puro e semplice, da espungere dalla più vitale storia dell’Italia. Bisognerà attendere la caduta del fascismo e il secondo dopoguerra perché la storiografia, specie quella più attenta alla storia politico-sociale, cominciasse a dedicarsi con attenzione e continuità alla storia della società italiana post-unitaria, privilegiando le ricerche più strettamente legate all’analisi dei rapporti tra stato e società civile e, più in particolare, di quelli tra Mezzogiorno e Stato unitario».
Insieme alle fragilissime basi di consenso su cui poggiava l’ossatura del nuovo organismo statale, anche a causa del ristrettissimo suffragio elettorale, dai nuovi studi e scavi archivistico-documentari veniva approfondita e arricchita la conoscenza del significato che ebbe la contrapposizione tra “paese legale” e “paese reale”, già denunciata dai contemporanei.
Non è casuale, con riferimento al Mezzogiorno, che la corretta sottolineatura dello frattura tra “governanti” e “governati” approdasse ad una rinnovata attenzione al problema del brigantaggio, visto come prisma attraverso cui leggere la storia delle province meridionali nei mesi immediatamente successivi al Plebiscito.
La violenta opposizione del sud ai nuovi reggimenti politici e istituzionali, d’altronde, costituiva oggettivamente un osservatorio privilegiato per valutare i caratteri dell’opera di governo della Destra storica, impegnata in un difficile tentativo di armonizzazione dei diversi tronconi degli stati italiani pre-unitari.
Il quinquennio 1861-1865, coincidente nelle province meridionali con la stagione del “grande brigantaggio”, non solo non può essere enucleato dalla storia italiana contemporanea, ma esso costituisce, anzi, una fondamentale cartina di tornasole per valutare a fondo le linee politiche riuscite vincenti nei tormentati anni a cavallo dell’unificazione e che avranno una permanenza relativamente lunga nella successiva storia nazionale.
In un quadro che sembrava porre a rischio l’unità appena realizzata, le classi dirigenti liberali ridussero sostanzialmente il Mezzogiorno - prima e dopo la legge Pica - ad un mero “problema di ordine pubblico”, dimenticando il monito cavourriano di imporre l’unità anzitutto attraverso la “forza morale”.
Gli eredi di Cavour – conclude Spagnoletti – utilizzarono senza limiti il ricorso alla coazione militare più ancora che giuridica, dando vita ad una legislazione di emergenza che, oltre ad accentuare paradossalmente una sorta di “costrizione alla libertà”, deviò bruscamente dallo Stato di diritto, denegò i diritti pubblici soggettivi pur garantiti dallo Statuto del Regno, annullò l’allora vigente diritto positivo, segnò negativamente anche per il futuro i rapporti tra governanti e governati, tra autorità e libertà.

Dopo l'intervento del professor Spagnoletti verrà proiettato il documentario “Carmine Crocco - dei briganti il generale”, realizzato da Antonio Esposito e Massimo Lunardelli.

Rocco Biondi

 


 

Villa Castelli, 22 febbraio 2010

Marisa Ingrosso ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 febbraio 2010 - ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Marisa Ingrosso e - in videoconferenza - Vittorio Macioce e Raphael Zanotti affrontano il tema “MEDIA - Il ritorno dei Briga
nti”

Come 150 anni fa, quando le loro gesta erano raccontate su pubblicazioni come il "Corriere di Napoli" e "Civiltà Cattolica", i Briganti oggi sono tornati protagonisti delle pagine d'attualità. Si moltiplicano le analisi critiche, ma anche gli "scoop storici", ed articoli e servizi televisivi, sempre più spesso, abbandonano la loro nicchia tradizionale, ovvero la Sezione Cultura di giornali e Tg, per migrare negli spazi dedicati alla Cronaca e al dibattito politico. Inoltre, complici le nuove "piazze virtuali" nate sul Web, anche i giovanissimi iniziano a subire il fascino del Brigantaggio risorgimentale.
Ma "chi" erano i Briganti? E "chi" sono oggi i Briganti cui guardano il Nord e il Sud Italia? Come vengono presentati e raccontati dalle grandi Testate italiane? Quali i punti di solida condivisione? Quali le inconciliabili divergenze?
Sabato prossimo, 27 febbraio, nell'ambito de "I Sabati Briganteschi" tre giornalisti di altrettante grandi Testate italiane faranno il "punto" di questo "Ritorno dei Briganti" sui mezzi di comunicazione di massa. All'incontro (alle ore 18, presso la Sala consiliare comunale di Villa Castelli (Brindisi), prenderanno parte Marisa Ingrosso de "La Gazzetta del Mezzogiorno" e - in videoconferenza - Vittorio Macioce (vicedirettore de "Il Giornale") e Raphael Zanotti de "La Stampa".

Marisa Ingrosso, dalle colonne del quotidiano più influente di Puglia e Basilicata, nonché dal sito web del giornale, ha dedicato decine di approfondimenti a questo tema. Ha spulciato i libri di testo usati nelle scuole del Mezzogiorno per scoprire le mezze verità e le clamorose falsità su cui si sono formate le nuove generazioni; ha recuperato preziosi documenti dagli Archivi del Ministero degli Esteri; ha denunciato la presenza di dozzine di scheletri di Briganti senza nome nelle viscere del Museo Lombroso di Torino. In breve, ha condotto "inchieste" storiche, attualissime, sui criminalizzati insorgenti meridionali post-1860.

Ma è stato proprio grazie ad un intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidato l'estate scorsa a "La Stampa", che l'attenzione del Paese è tornata sull'Unità d'Italia e sui personaggi che segnarono quell'epoca. Come spiega Raphael Zanotti, «l'interesse de "La Stampa" per quel periodo storico e per il fenomeno del Brigantaggio, non è mai scemato. Innumerevoli i motivi. Si va dal passato Sabaudo di questa regione, al lager di Fenestrelle, passando per Cesare Lombroso. Eppoi, non c'erano soltanto Briganti del Centro-Sud, pochi sanno infatti che c'è stato anche un Brigantaggio piemontese».

E Vittorio Macioce aggiunge: «Chi erano i briganti? Solo reazionari che combattevano i piemontesi in nome dei borboni? La riscoperta delle “insorgenze” meridionali – che il Giornale, il quotidiano per cui lavoro, ha portato negli anni ’90 all’attenzione dell’opinione pubblica – si limita solo a un revisionismo nostalgico o a una questione meridionale in chiave leghista? No, non è solo questo. Forse c’è qualcosa di più. I briganti italiani ricordano da vicino le battaglie dei “mascalzoni andalusi” che combatterono non per la reazione, ma per la libertà. Una libertà anarchica, anti Stato, individualista, popolare, con forti caratteristiche di rivolta sociale. E’ questo un terreno ancora da definire. E’ qui che si trova una lettura innovativa sul Mezzogiorno e sui suoi mali».

A conclusione della conferenza l'attore Valentino Ligorio reciterà dei brani tratti dalle “Memorie - la mia vita da brigante” di Carmine Crocco.

Rocco Biondi

 


 

Villa Castelli, 26 gennaio 2010

 

Giuseppe Osvaldo Lucera ai Sabati Briganteschi

La vera storia del Brigantaggio meridionale

 

Sabato 30 gennaio 2010. Ore 18,00. Sala consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)

 

   Negli anni precedenti l’Associazione “Settimana dei Briganti - l’altra storia” ha organizzato tre settimane di studi sul brigantaggio politico-sociale, che si è sviluppato nell’Italia meridionale nel decennio 1860-1870, in seguito all’occupazione da parte dell’esercito piemontese. In quegli anni fu imposta ai meridionali una unità poco sentita e poco voluta.

   Studiosi “accademici” ed “irregolari” si sono confrontati, rileggendo gli avvenimenti di quegli anni spogliandosi dalla prosopopea risorgimentale. Sono stati presentai nuovi studi e ricerche su documenti inediti, scoperti negli archivi polverosi e volutamente resi inaccessibili fino ai giorni nostri. La storia è stata studiata anche dalla parte dei vinti meridionali. E’ stata data voce alla stragrande maggioranza dei meridionali che non capivano e non volevano quell’unità d’Italia, ma che furono violentati a subirla. I briganti furono la parte armata dei meridionali che si difesero dall’aggressione piemontese.

   Sono intervenuti i professori universitari Ettore Catalano, Vincenzo Padiglione, Domenico Scafoglio, Fulvia Caruso, Francesco Gaudioso, Gennaro Incarnato. Hanno tenuto relazioni gli studiosi Raffaele Nigro, Valentino Romano, Rosario Quaranta, Ulderico Nisticò, Alessandro Romano, Michele Prestera, Giuseppe Clemente, Augusto Conte, Erminio de Biase, Gaetano Marabello, Gianni Custodero, Costantino Conte e tanti altri.

   Ora per le giornate di studio sul brigantaggio meridionale è stata adottata una nuova formula. Si terrà una iniziativa l’ultimo sabato di ogni mese: i sabati briganteschi appunto.

   Si inizia sabato 30 gennaio con l’intervento di Giuseppe Osvaldo Lucera, studioso del Brigantaggio e del Controrisorgimento. Relazionerà sul tema: “Vicende di un’altra storia ovvero Insrorgenza, Risorgimento, Unità d’Italia, Brigantaggio”. Su questo tema Lucera ha scritto quattro volumi per un totale di 1.576 pagine. Vengono studiati e presentati criticamente i briganti pre-unitari: Vardarelli, don Ciro Annicchiarico, Di Franco, i cattivi maestri risorgimentali: Garibaldi, Cavour, Mazzini, Liborio Romano, la spedizione dei cosiddetti “Mille”, i briganti post-unitari: Michele Caruso, Pasquale Romano, Giuseppe Tardo, José Borges, i fatti di Bovino, Bronte, Lauria, Pontelandolfo, Vieste, Biccari.

   Per i mesi successivi sono già programmati gli interventi della giornalista Marisa Ingrosso, del professore universitario Mario Spagnoletti, dello storico del brigantaggio Valentino Romano.

   Ad epigrafe del programma de “i sabati briganteschi” sono state poste due famose e significative frasi. La prima è di Franco Molfese: «Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu, nel suo aspetto di massa, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento». La seconda frase è di Antonio Gramsci: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».

   “I sabati briganteschi” vogliono essere un contributo critico e dalla parte dei meridionali in occasione del prossimo 150° anniversario dell’unità d’Italia.

 

Rocco Biondi

 

 


Villa Castelli, 27 agosto 2006

 

Perché una settimana di studi sul brigantaggio? Chi erano i briganti?

 

Un articolo su La Gazzetta del Mezzogiorno di domenica 11 giugno 2006, nel quale si dava notizia di una mostra fotografica sul fenomeno del brigantaggio postunitario, allestita nelle sale del Castello di Lecce, mi fece nascere l’idea di tentare di portare quella mostra a Villa Castelli, mio paese in provincia di Brindisi. Ne parlai con l’amico avvocato Vito Nigro, appassionato ed attento lettore di tutti i libri sul brigantaggio, che si mise subito in contatto con l’autore della mostra, il capitano Alessandro Romano, che si dichiarò subito disponibile a portare la mostra a Villa Castelli. L’avvocato Vito Nigro chiese anche la disponibilità allo scrittore di romanzi sul brigantaggio, prof. Vincenzo Labanca, a venire a parlare dei suoi libri a Villa Castelli. Invito accettato. Altro invito alla collaborazione fu rivolto dall’avvocato al giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, Angelo Sconosciuto, che accetta ben volentieri. Angelo Sconosciuto ci mette in contatto con un profondo studioso e scrittore sul brigantaggio, Valentino Romano, che mette a disposizione del convegno tutta la sua cultura e le sue conoscenze. Valentino Romano contatta lo scrittore e giornalista Rai Raffaele Nigro, che non solo verrà a presentare a Villa Castelli, durante il convegno, il suo ultimo libro (sul brigantaggio) ma accetta anche di entrare a far parte del comitato organizzatore del convegno.

I contatti si moltiplicano e da tutti riceviamo entusiastiche adesioni. Un giorno non poteva più bastare ed allora abbiamo deciso di far durare il convegno sul brigantaggio un’intera settimana: la Settimana dei Briganti, appunto.

Abbiamo avute le disponibilità, per lo svolgimento del convegno, dell’uso della Biblioteca scolastica multimediale “Giovanni Neglia” e della Sala consiliare del Comune di Villa Castelli.

 

Gli studi sul brigantaggio meridionale, che sono sempre esistiti, in questi ultimi tempi hanno preso nuovo vigore. I fatti che portarono all'unità d'Italia vengono sempre più studiati anche dalla parte dei vinti.
I briganti non vengono più liquidati come comuni delinquenti, grassatori, che hanno infestato terre e masserie del sud. Vengono rivalutati all'interno di un più generale movimento politico che voleva salvaguardare gli elementi positivi dell'essere meridionali.

Variegati sono gli approcci al fenomeno del brigantaggio, preunitario e postunitario, che partono dall'estrema sinistra ed arrivano all'estrema destra. Tutti però hanno come comune denominatore il meridionalismo.

Il brigantaggio ha suscitato l'interesse di cinema, stampa, televisione. E' un fenomeno di grande presa nell'immaginario collettivo.

 

Nel febbraio del 1861, con la capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie cessa - di fatto - di esistere. Francesco II ripara a Roma, ospite degli ambienti pontifici a lui non ostili. Il re borbone si illude in un suo ritorno immediato sul trono. Crede che le popolazioni del sud siano rimaste a lui fedeli e che siano pronte a ribellarsi e a sollevarsi contro i piemontesi, che hanno imposto l'unità d'Italia.
Ma i piani di riscossa peccano di pressapochismo e di velleitarismo, essendo in gran parte fantasiosi ed inattuabili.
Gli strateghi del sovrano non riescono a progettare nessun serio ed efficace piano controrivoluzionario.
Francesco II si aggrappa all'idea che la riconquista del regno possa concretizzarsi anche attraverso un'iniziativa isolata, capace di coinvolgere le popolazioni. E affida il comando di una spedizione al generale spagnolo José Borges.
L'11 settembre 1861 Borges s'imbarca da Malta per raggiungere la Calabria, con appena una ventina di uomini. Nella notte del 13 settembre sbarca fra Bruzzano e Brancaleone. In Calabria non trova né popolo né soldati ad attenderlo.
L'unico gruppo di uomini armati che in qualche modo lo aiuterà è quello capeggiato dal brigante Carmine Crocco.
Ma Borges e Crocco appartengono a due mondi diversi, hanno due modi diversi di vedere e valutare le cose.
Borges vuol condurre la sua campagna militare con onestà e coerenza, si oppone al saccheggio sistematico dei paesi, illudendosi di poter trasformare una massa ingovernabile di gente senza futuro in un esercito organizzato, disciplinato e con un proprio codice d'onore.
Crocco combatte invece una sua guerra personale, contro tutto e contro tutti: capisce che la posta politica è persa in partenza; la sua è lotta di classe, lotta contadina, condotta alla giornata; taglieggia - in quanto tali - tutti i proprietari terrieri, senza distinzione, anche quelli filoborbonici; consente il saccheggio, anche quando non ne è convinto perché sa che è l'unico mezzo per approvvigionare i suoi uomini e il solo collante di una massa di sbandati. Crocco è consapevole della superiorità numerica del nemico: attua alla perfezione la tattica del "mordi e fuggi" che oggi si definirebbe di guerriglia.

 

Il popolo del sud cerca di rivendicare la sua identità contro un'unità quasi imposta dall'alto dai piemontesi.
A capeggiare questa rivolta, senza speranza di riuscita, furono appunto i briganti.
Carlo Levi ha scritto che in quelle terre tutto li ricorda: non c'é monte, burrone, bosco, pietra, fontana o grotta, che non sia legata a qualche loro impresa memorabile, o che non abbia servito da rifugio o nascondiglio. Quei luoghi spesso hanno preso nome dai loro fatti.
Nella storia ufficiale il fenomeno del brigantaggio viene liquidato come fatto meramente criminale. Ma, come un fiume carsico, riemergono dalle pieghe della memoria le ragioni, le aspettative e i desideri che diedero vita alla rivolta dei cafoni. Di fronte al tribunale della Storia i briganti riprendono la parola, con la speranza di veder riaprire il processo.

 

Rocco Biondi

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