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Articoli di Valentino Romano

pubblicati su La Gazzetta del Mezzogiorno

 

Indice

 

1. Quando il brigante evase dal carcere di Brindisi, 24 maggio 2005

2. Come finì a Lecce la latitanza del brigante Nenna Nenna.

    La delazione di un vetturino e la passione per “Ucca te furnu”, 19 giugno 2005

3. La triste fine di un brigante.

    Monaco pagò a caro prezzo i favori di Menica Rosa, 2 luglio 2005

4. I briganti e la giumenta.

    La bestia fu rubata, liberata e consegnata all’autorità, 11 agosto 2005

5. Chi ospiterà i commissari?

    Vicende e “pranzi” dei parlamentari anti-brigantaggio, 26 agosto 2005

6. Fedelissimi del “sergente”

    Tre “briganti” brindisini morirono con Romano, 11 gennaio 2006

7. Valutare le ragioni dei vinti.

     La rilettura più che necessaria di un periodo di storia meridionale, 23 settembre 2006

8. Come riscrivere la storia

    Vivo successo delle manifestazioni culturali,  8 ottobre 2006

9. E un lampo al magnesio immortalò Laveneziana, il brigante “figlio del re”.

    Presentata a Villa Castelli l’unica sua immagine, 20 ottobre 2006

 


1

 

Nel centenario della morte di Carmine Crocco, risvolti inediti della sua vita.

Quando il brigante evase dal carcere di Brindisi

24 maggio 2005,  pag. 9

 

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Carmine Crocco (1830 – 1905), detto Donatelli, il leggendario capo delle bande brigantesche che insanguinarono il Mezzogiorno nel periodo di formazione dello stato unitario: con una forza di sbandati che raggiunse e superò tremila unità, Crocco – autonominatosi generale di Ferdinando II – tenne in scacco per alcuni anni, scorrendo le campagne lucane e pugliesi, le forze regolari piemontesi; macchiatosi di un centinaio fra delitti, rapine e grassazioni, spinse alla ribellione contro re Vittorio – anche con l’aiuto dello sfortunato generale spagnolo José Borges - intere popolazioni meridionali; consegnatosi, fu condannato a morte e, successivamente graziato, finì i suoi giorni nel bagno penale di Portoferraio, dove dettò le sue memorie.

Pochi sanno che don Carmine, agli inizi della sua…carriera, ebbe a che fare proprio con Brindisi: disertore dell’esercito borbonico, si macchiò di alcuni delitti comuni; catturato, fu mandato nel bagno penale di Forte di Terra nella nostra città per scontare (come servo di pena di terzo grado) la condanna di diciannove anni “ai ferri” inflittagli: troppi per l’irrequieto lucano che, appena ne ebbe la possibilità, evase e se tornò nei suoi boschi.

Era la notte di Santa Lucia del 1859.  La sua, a dire il vero, fu un’evasione poco rocambolesca: mandato con un altro conterraneo (Michele D’Amato) a prendere l’acqua necessaria per i fabbisogni giornalieri dei detenuti, scavalcò il muro di cinta, superò il fossato e divenne uccel di bosco.

Ancor meno avventuroso fu però un precedente tentativo di fuga, perpetrato il 19 di luglio del 1856. Gli storici che si erano occupati di Crocco ne avevano dato fugace notizia non corredandola, tuttavia, dei particolari che giacevano inconsultati nelle carte dell’Archivio di Stato di Lecce.

Nel curare la ripubblicazione delle memorie del brigante, mi sono imbattuto nel fascicolo del processo per quel tentativo di evasione: il fascio di carte del fondo “Processi penali dell’Archivio di Stato di Lecce che si compone del fascicolo istruttorio (318a) e di quello dibattimentale (318b).

 Il tentativo di fuga, come detto, avvenne il 19 luglio: il 13 agosto la direzione dei bagni inviò il certificato penale di Crocco. L’istruttoria venne chiusa il 15 settembre ed in soli due mesi la giustizia fece il suo corso: il 22 dello stesso mese si celebrò il  dibattimento e fu emessa la sentenza; Crocco subì un aggravio di pena  di diciotto mesi e quarantacinque giorni di “doppia catena”.

Ma torniamo al tentativo di evasione: i condannati, di giorno normalmente ferrati a coppia, di notte venivano ferrati ad un’unica catena agganciata alle pareti del “camerone” dove passavano la notte. Stesi sul pavimento, avvolti nelle coperte, gli uni addossati agli altri, trascorrevano in condizioni veramente disumane la notte tra topi, insetti vari e tormentati dal fetore che si sprigionava da buglioli senza coperchio che venivano poi svuotati al mattino nel cesso che gli stessi carcerieri definivano “luogo immondo”.

Le guardie carcerarie il mattino del 20 luglio 1856, nell’aprire il secondo “salone” trovarono “rotta la porta del suo luogo immondo”. Individuarono pure “un’apertura bastantemente grande, corrispondente nella cosi detta segreta generale”. Era accaduto infatti che una decina di galeotti (Donato Palazzo di Rionero, Gerardo Trafficante di Rionero, Vincenzo Masiello di Bella, Vito Lenge di Tolve, Lorenzo Afflitto di Caserta, Giovanni Petrone di Tufara?, Giovanni Miraglia di Chiaromonte, Vito Fronzuto di Tolve, Francesco Nolè di Atella e Carmine Crocco) nottetempo, con un paletto di ferro “di ambi le parti appontate lungo due palmi” ed uno scalpello “lungo un palmo”, dopo essersi “sferrati” ed  aver “rotte le catene” avessero tentato l’evasione. Forzata la serratura del “luogo immondo”, con gli stessi strumenti (poi abbandonati) praticarono un foro nel pavimento e si calarono nelle “segrete generali”. Qui li aspettava, però, un’amara sorpresa: la porta era sbarrata “con suo bastante catenaccio”.  Il forte chiavistello, nonostante “le violenze subìte” resistette all’assalto, costringendo i malfattori a tornarsene nel dormitorio. Ed è lì che l’indomani, “sferrati”, furono trovati dai secondini.

Come sappiamo, alla fine Crocco riuscì ad evadere ed ebbe modo di diventare il generale della rivolta contadina, la leggenda, la speranza ed il terrore del mezzogiorno d’Italia.

 Tra le altre sue imprese progettò addirittura, riunendosi con le bande del sergente Romano, di Pizzichicchio e del Laveneziana di Carovigno, di assalire Brindisi, attaccare il bagno penale e liberare i detenuti. Evidentemente  la nostra città gli era  rimasta nel cuore, ma, per fortuna delle nostre popolazioni, non se ne fece nulla. 


2

Spigolature di storia postunitaria della provincia brindisina.

Come finì a Lecce la latitanza del brigante Nenna Nenna

La delazione di un vetturino e la passione per “Ucca te furnu”

19 giugno 2005,  pag. 9

 

Emblematica e singolare appare la vicenda brigantesca di Giuseppe Valente da Carovigno, detto Nenna Nenna, conduttore di traino.

Carovigno, nel periodo postunitario fu paese di accese e nette contrapposizioni tra la fazione borbonica antiunitaria e quella liberale. E fu patria di numerosi briganti: non a caso, tra gli esponenti di spicco del brigantaggio pugliese, sono tristemente famose figure come quelle di Valente, Giuseppe Nicola Laveneziana, Oronzo Barco, Carmine e Vincenzo Patisso, (solo per citarne alcuni) nativi, appunto, della cittadina brindisina. Tra i nostalgici borbonici particolare rilievo ebbe Nicola del Prete, avvocato e possidente, i cui parenti – stando alle cronache - furono gli unici a continuare a vivere tranquillamente in campagna anche nel periodo di maggior presenza di briganti sul territorio, evidentemente rassicurati  dalle connivenze con capi e gregari delle bande.

Nenna Nenna che, secondo il La Sorsa era un ex sottufficiale garibaldino, disertò per rissa e contrasti con i commilitoni nel maggio 1861, rifugiandosi nelle campagne del Brindisino. In una masseria nei pressi di Latiano (masseria Cazzato) sarebbe stato convinto e foraggiato dall’affittuario Giuseppe Pagliara a costituire una banda brigantesca. Insieme con Giovanni  De Biasi e Carmine Patisso scorreva la campagna, macchiandosi di piccole grassazioni e violenze. Il salto di qualità avvenne alla fine di settembre 1861, quando incontrò il più famoso compaesano Laveneziana che lo aggregò alla sua banda.

Dopo qualche tempo costituì banda autonoma, spesso però dividendo con lo stesso Laveneziana il comando delle bande allorché si riunivano.

Nel 1862, a capo di una formazione di circa trenta elementi, Valente taglieggiava il territorio compreso lungo l’asse Ostuni –S. Vito – Mesagne – S. Pietro Vernotico, con spostamenti verso Oria e Ceglie. Gli vennero attribuiti  ottantatre reati tra omicidi, rapine, grassazioni, estorsioni, sequestri di persona, incendi, furti di bestiame, resistenza e tentati omicidi a componenti la forza pubblica”. Agli inizi di settembre – come riferisce il Carella – prese di mira la famiglia Perez di Brindisi, che essendosi rifiutata di pagare il pizzo di  settecento ducati, fu punita con “l’uccisione di tredici vacche e l’incendio di due depositi di vettovaglie”.

Il 23 ottobre si scontrò con la Guardia Nazionale e con i Carabinieri tra le masserie Angelini e Santa Teresa.

Nello stesso giorno la banda assalì le caserme della G.N. di Cellino S. Marco e di S. Pietro Vernotico, uccidendo tre militi, sfregiandone nove con l’asportazione del lobo di un orecchio (per essere così pecore segnate) e salvandone una perché parente dell’ostunese Caterina Vigneti, con la quale il Valente intratteneva una relazione.

La notte del 21 novembre assalì Carovigno, facendo da guida insieme a Laveneziana alle bande pugliesi riunite, tra le quali quella del Sergente Romano e di Pizzichicchio.

L’assalto, che – per la sua audacia, per le sottostanti collusioni con alcuni notabili locali e per l’aperto appoggio di molti popolani filoborbonici - suscitò clamore ed apprensione nell’opinione pubblica, fu ampiamente descritto dalla stampa locale: si concluse inaspettatamente all’alba, quando i briganti “ finalmente si allontanarono dirigendosi al Santuario della Madonna del Belvedere, per farvi celebrare una messa di ringraziamento per la riportata vittoria”. La comitiva, seguito da numerosi paesani, si portò appresso un sacerdote, don Federico Vacca, il quale nella concitazione del momento dovette scordarsi di prendere l’occorrente. I briganti furono costretti ad accontentarsi di un paio di litanie!

Il 1 dicembre 1862 Valente partecipò allo scontro alla masseria Monaci nei pressi di Noci, che con la disfatta del sergente Romano segnò la fine “politica “ del brigantaggio  e del suo principale protagonista.

Valente, scampato al massacro, con i suoi uomini dispersi o uccisi, tornò dalle nostre parti, aggirandosi isolato nella campagna brindisina. Di lui se ne persero le tracce fino al 21 dicembre.

Il 21 dicembre a Lecce, nei pressi di Porta Napoli, fu riconosciuto da un vetturale suo compaesano: forse per combattere la solitudine della latitanza, aveva cercato un momento di svago, appartandosi con una generosa fanciulla del posto, la ventiquattrenne Maria Pisello, il cui soprannome, “Maria pesieddu, ucca tè furnu”, sospeso tra la metafora e lo spot programmatico pubblicitario,  aveva evidentemente varcato i confini della città.

Così uno dei più feroci banditi di casa nostra, colto con le braghe in mano ( o addirittura senza, le carte d’archivio non precisano), fu arrestato, consegnato alla giustizia e condannato ai lavori forzati a vita, a causa dell’unica sua vera passione: le donne.

Non meravigliamoci: il brigantaggio fu sconfitto anche grazie ad un vetturale impaziente d’incontrarsi con Maria pesieddu. Dove non riuscirono i vari Lamarmora e Cialdini, provvidero le tante ucca tè furnu!



3

Dalle carte processuali una storia verificatasi  nella campagna cegliese subito dopo l’Unità.

La triste fine di un brigante

Monaco pagò a caro prezzo i favori di Menica Rosa

2 luglio 2005,  pag. 9

 

Francesco Monaco, capo brigante di Ceglie, pagò a caro prezzo i favori di Menica Rosa, una sua procace compaesana.

Il Monaco, al seguito del Sergente Romano dal settembre 1862 al gennaio 1863, scorazzò per la campagna, macchiandosi di numerosi omicidi ed episodi di violenza efferata come il taglio di barba e baffi dei militi uccisi, che portava con se come macabro trofeo di guerra. Il bandito cegliese - dopo la disfatta di Noci del sergente Romano e la sua uccisone - con i resti della sua banda e di quella di Laveneziana di Carovigno, nei primi giorni del 1863, restrinse il suo campo d’azione nel circondario di Brindisi, macchiandosi di furti,  grassazioni e sequestri (arrivò al punto di sequestrare pure il suocero).

La sera del 20 gennaio il brigante, a causa di un forte temporale, si era rifugiato con  sette suoi compagni  nella masseria “il Pallone” in agro di Ceglie. A tarda ora Menica Rosa Martinelli, ventenne contadinotta, che tornava con il cognato da Francavilla, dove avevano venduto dei capretti, cercò riparo nella stessa masseria. Una volta entrata, si accorse della presenza dei briganti e dovette far buon viso alla sorte avversa. La pioggia che, però, non cessava e la tarda ora sconsigliarono Menica Rosa dal rimettersi in viaggio. Sulle prime i briganti se ne stettero per conto loro. Successivamente il calore del fuoco e qualche robusto bicchiere di vino accesero i bollori di Monaco, che cominciò a fare delle profferte alla giovane.

La fanciulla – come depose successivamente al Giudice Istruttore del Tribunale di Lecce - si mostrò riottosa e cercò di opporsi alle voglie del brigante: tutto fu inutile perché questi brandendo una “sciabla” la minacciò di morte. Il mattino successivo Monaco, dopo averle tagliato i lunghi  capelli  e  averle fatto indossare dei vestiti maschili e una coppola, se ne partì portandosela dietro: di giorno scorrevano la campagna, la notte si acquartieravano in una masseria amica. Fu così che quattro sere dopo si ritrovarono nella masseria  Pilano nei dintorni di Martina. La notte invernale era lunga ed uno dei briganti della comitiva, un certo Bolognini di Roccaforzata, pensò bene di organizzare un ballo con alcune contadine di Locorotondo che in quella masseria si trovavano a prestare la propria opera. Fu proprio Bolognini ad invitare la bella Menica Rosa, ricevendone un rifiuto dal momento che la misera fanciulla aveva  i piedi gonfi, perchè avea dovuto caminare a piedi”.

Non l’avesse mai fatto! Il brigante la costrinse ad un ballo improvvisato, condotto con tanta mala grazia da farla urtare con il naso in modo da farle “uscire del sangue”. A questo punto intervenne il Monaco che, colpito l’altro brigante, disarmò tutta la comitiva sequestrandone le armi.

Al mattino, dopo un’apparente riconciliazione tra la banda ed il capo, la combriccola – ridistribuite le armi -  riprese la via delle campagne. Fatte, però, poche centinaia di metri, due briganti, Carlo Francesco Di Martino di Martina Franca e Pasquale Elia di Ceglie, tirarono due schioppettate a tradimento al Monaco che, dicendo “mamma”, stramazzò morto al suolo. Dopo averlo depredato di tutti i suoi averi, i briganti si gettarono addosso alla povera Menica Rosa, togliendole gli ori ed il denaro che aveva. Diviso il bottino, ognuno se ne andò per la sua strada lasciando libera Menica Rosa che corse subito dai carabinieri di Martina a raccontare l’accaduto. Lungamente interrogata, rilasciò la deposizione che ci permette oggi di ricostruire l’accaduto.

La Martinelli, a prima vista, potrebbe apparire una involontaria vittima della violenza brigantesca. E per tale dovette passare anche nella valutazione degli inquirenti, dal momento che  nei suoi confronti non sembrano essere state poi adottate misure di rigore. L’interesse maggiore del giudice istruttore e dei carabinieri era, evidentemente, rivolto alla distruzione della banda: chiusero in fretta l’inchiesta, rallegrandosi per la scomparsa del feroce Monaco e non badando troppo ai suoi complici. Distrattamente! Perché se avessero posto maggior attenzione alla deposizione della stessa Menica Rosa, forse avrebbero potuto chiederle delucidazioni su una frase da lei stessa pronunciata.

La sventurata fanciulla aveva, infatti, confessato che il mattino dopo il ratto “per acquietarla” (sic) il Monaco l’aveva convinta finalmente a seguirla, dandole ben “cento e quattordici piastre”, somma che l’ingenua si era ben guardata dal rifiutare.

Così oggi non ci è dato sapere se nella scelta della Martinelli di darsi alla macchia avesse avuto maggior peso la violenza di Monaco, il suo fascino o le piastre “acquietanti”. E’ possibile solo fare qualche congettura in proposito. Chi scrive se l’è fatta: ma al lettore la facoltà di scegliersi quella che più gli aggrada.

 



 4

Spulciando nelle carte d’archivio, storie di animali domestici nel periodo postunitario

I briganti e la giumenta

La bestia fu rubata, liberata e consegnata all’autorità.

11 agosto 2005

 

Anche una modesta giumenta ebbe inaspettatamente il suo momento di gloria nei confusi giorni del brigantaggio postunitario brindisino.

La povera bestia attendeva, in tutta umiltà, ai tranquilli doveri che derivavano dal suo status  allorché fu sequestrata da una banda di briganti.

Nulla sappiamo delle avventurose vicende alle quali la giumenta fu costretta a partecipare: le prime notizie certe del quadrupede risalgono al 28 novembre del 1862 quando, nel corso di una perlustrazione alla masseria Badessa, gli uomini del 16° Reggimento Fanteria “Savona”, di stanza nel nostro circondario, trovarono e sequestrarono il nostro animale, abbandonato dai briganti.

Il zelante comandante del Battaglione, ligio alle precise disposizioni  del 6° Gran Comando Territoriale, si preoccupò di rintracciarne il proprietario: nessuno, però, chiese di rientrarne in possesso. Il 22 dicembre il Comandante scrisse perciò al Sindaco di Brindisi, Balsamo, invitandolo a “ritirare la giumenta in discorso” e a provvederne alla successiva vendita all’asta: restava inteso, precisò l’alto ufficiale, che il ricavato della vendita doveva essere distribuito “agl’individui che formavano la precitata perlustrazione”. L’ufficiale aggiungeva pure che bisognava provvedere anche al pagamento delle “spese di mantenimento” fino ad allora sostenute e che ammontavano a lire 23,035.

Al povero Balsamo, che può a ragion veduta considerarsi una vittima del brigantaggio per via delle tante incombenze burocratiche che gli piovvero sul capo in quel periodo, toccò indire immediatamente l’asta per evitare di far ulteriormente lievitare le spese. Anche allora le casse comunali erano costrette a  far comunque fronte alle più svariate disposizioni governative.

Il Sindaco esperì l’ultimo inutile tentativo di rintracciare il proprietario, dandone pubblico avviso. Il 6 gennaio si tenne l’asta e la giumenta fu aggiudicata a tale Mariano Gigante per la somma  di trentaquattro ducati, pari a centoquarantaquattro lire e cinquanta centesimi, come annotava il segretario comunale dell’epoca, avvezzo alla doppia circolazione monetaria di fatto allora vigente.

I trentaquattro ducati furono consegnati al Comandante del Battaglione, ma le carte custodite nell’Archivio di Brindisi non precisano se il Comune rientrò mai in possesso delle spese di mantenimento anticipate.

E così finirono le disavventure della povera giumenta, inconsapevole protagonista di un controverso periodo storico ed altrettanto inconsapevole vittima della burocrazia statuale per nulla ridimensionata dal nuovo regime.


5

Spulciando nelle carte dell’Archivio di Stato di Brindisi si ricostruiscono i giorni “caldi” del 1863

Chi ospiterà i commissari?

Vicende e “pranzi” dei parlamentari anti-brigantaggio.

26 agosto 2005, pag. 7

 

La prima Commissione d’inchiesta parlamentare dell’Italia unita (d’ora innanzi CIPB) fu quella sul brigantaggio. A provocarne l’istituzione furono sicuramente le preoccupazioni governative sull’espandersi del fenomeno, quelle derivanti dalle negative ripercussioni internazionali sui metodi di repressione e le numerose istanze di svariati Municipi e Prefetture, impotenti a contrastare il dilagare del brigantaggio meridionale. I numerosi archivi locali consentono  di ricostruire i lavori in itinere della CIPB che, suddividendosi in due sotto commissioni, percorse tutta l’Italia meridionale raccogliendo deposizioni, interrogando testimoni e consultando documenti.

La  CIPB toccò anche Brindisi, come è documentato nel fondo  Storico del Comune  presso il nostro Archivio di Stato

Ed è qui che la nostra storia ha inizio: il 16 gennaio del 1863 il sottoprefetto  del  Circondario, Francesco Andreotti scrisse al sindaco Balsamo annunciando la venuta  dei “rappresentanti della Nazione” incaricati “dalla Camera Elettiva per studiare da vicino le cause del brigantaggio e di proporre i rimedi a vantaggio di queste travagliate Popolazioni”. Era necessario quindi che il sindaco, nella qualità di Ufficiale di Governo si impegnasse a “gareggiare d’operosità e di zelo nel prestare sua opera e coadiuvare la Commissione”. Ai commissari doveva infatti essere sempre “assicurata incolumità e rispetto”, dovevano essere loro “comunicati tutti i documenti che potessero riferirsi allo scopo della loro missione”e non dovevano essere trascurati “tutti quegli onori e dimostrazioni che si richiedono e sono loro dovuti come ad un’emanazione di uno dei tre poteri dello Stato”.

In pratica, il rappresentante del Governo, ordinò al Sindaco di mettersi a disposizione della CIPB, di assicurarne una più che decorosa permanenza in città e di mettere a disposizione ogni documento e notizia atti al raggiungimento degli obiettivi.

Nulla doveva essere nascosto per non vanificare la missione. Per meglio dire, quasi nulla perché lo stesso sottoprefetto si preoccupò di nascondere agli occhi dei commissari quello che non avrebbero dovuto vedere, e dell’occultamento incaricò proprio il malcapitato Sindaco: la Guardia Nazionale, infatti, era poco o nulla organizzata, ma non era necessario che i commissari lo  sapessero: “per nascondere se è possibile agli stessi rappresentanti la deplorabile mancanza della G. N., [il Sindaco] s’adoprerà affinché durante il loro soggiorno in questa città in buon numero e possibilmente vestiti e completamente armati i cittadini della milizia volontaria abbiano a essere presenti nel locale di guardia presso questo Municipio, almeno per rendere gli onori militari  in mancanza d’una rivista che in quest’opportuna occasione si poteva a loro offrire”.

La cosa, mutate forme e circostanze, ricorda l’episodio di certe mucche, sempre le stesse, che venivano spostate prima che arrivasse il capo. Andiamo avanti. Al povero Sindaco non restò che abbozzare e rispondere subito che avrebbe provveduto per quanto nelle sue possibilità; non si astenne però dal mettere le mani avanti, avvertendo il sottoprefetto che si doleva solamente perché la “città mal si prestava al rinvenimento di una località conveniente ad accogliere con decenza i distinti Deputati del Parlamento italiano”. Venne comunque nominata la solita commissione cittadina.

Il 29 gennaio il Consiglio Comunale, convocato in seduta straordinaria, deliberò di stanziare “la somma che sarebbe stata necessaria per sostenere tutte le spese per una conveniente accoglienza e trattamento della Commissione”. Alla maggior spesa, udite, udite, si sarebbe fatto fronte con le somme derivante “dall’aumento ottenuto sullo appalto dei dazi del corrente esercizio”! E non c’era manco bisogno di precisarlo.

Il locale idoneo all’ospitalità non veniva reperito ed il Sindaco Balsamo pensò bene di scegliere proprio quello del sottoprefetto.  Il Prefetto, con la missiva del 10 febbraio, si lamentò della decisione, sembrandogli poco decoroso per lui alloggiare nel frattempo in una “locanda”. Il povero Balsamo saltò sulla seggiola e rispose piccato che era stato proprio il sottoprefetto  a voler “generosamente offrire il locale della sottoprefettura, a condizione però che a tutto ciò che sarebbe abbisognato per metterlo in istato di decenza e pulitezza, e corredarlo di mobili utensili, arredi, ecc” provvedesse il Municipio.

Anche Monsignor Arcivescovo, espressamente richiestone, “spontaneamente” offrì la sede vescovile. Le carte del Comune non dicono esplicitamente in che modo venne risolta la controversia ma, indirettamente, si può desumere che a soccombere sia stato il sottoprefetto. I locali della sottoprefettura vennero, infatti, arredati con mobilio e suppellettili “prestati” dai cittadini più abbienti. Nel carteggio si rileva inoltre che vennero anche predisposti locali per accogliere la scorta militare della stessa, composta da due ufficiali e da trenta uomini. In appoggio venne allertato il Comando dei quarti battaglioni

La CIPB, nella terza decade di febbraio, arrivò a Brindisi, svolse il suo lavoro e se ne tornò rapidamente a Roma.

I risultati? Quelli generali si conoscono già: dopo avere girato qua e là per il meridione, interrogato maggiorenti del luogo, deputati, galantuomini e ufficiali vari, dopo aver ascoltato la relazione riassuntiva e finale dei deputati Castagnola e Massari, il governo emanò una legislazione speciale, la legge Pica che resta uno dei più “fulgidi” esempi di soluzione democratica del problema: istituzione di tribunali militari speciali, del domicilio coatto per i semplici sospettati di collusione con i briganti, fucilazione immediata degli individui presi con le armi, lavori forzati a vita per i fiancheggiatori.

E i risultati per Brindisi? Sono contenuti nel fascicolo esaminato: un lunghissimo elenco di spese sostenute per l’ospitalità dei commissari; pagamento della banda che li accolse; spese per falegnami, fabbri, cocchieri, stallieri, una decina tra cuochi e camerieri, e per servizi vari (marinai addetti al reperimento di frutta di mare!!!). E poi spese per le tante cibarie,  che a parte si riportano e che il povero Sindaco Balsamo dovette onorare sempre con le casse comunali.

Nessuno ebbe il coraggio di confessare ai gaudenti commissari la più semplice delle verità, che cioè molti contadini meridionali erano diventati “briganti” per un tozzo di pane negato. Anche perché la CIPB in tutti i suoi lavori di contadini non ne interrogò nemmeno uno.

Così funzionavano le commissioni parlamentari nella seconda metà dell’ottocento…

 

Ed ecco il documento d’archivio.

La lista della spesa

 

pastinache,

ravanelli,

chiappari,

 manteche, rotola 12 e 3/4

lardo vecchio, rotola 3 e 1/2

capicuolli, rotola 3

pepe macinato 1/4

uova, nr. 80; 45; 30; 30

carcioffi, nr. 159

carne di bove, rotola 23 e 1/2

piedi di bove, nr. 4

alici,

tacchino,

limoni,

rum,

presutto, rotola 1 e 7/8

cacio palmiggiano, rotola 4

sugna, rotola 7 e ¼

sale, rotola 3

galline (nr.13),

latte,

farina, rotola 1

sagna,

scarola,

salami,

conserva di amarena, libra 3

pasta per la servitù e cacio 1/4

insalata (un limbo di creta)

 

N.B.. il rotolo equivale a 891 gr., la libbra a 453,59 gr.


 

6

 

Reminiscenze locali di vicende postunitarie, mentre un monumento ricorda il ribelle borbonico

Fedelissimi del “sergente”

Tre “briganti” brindisini morirono con Romano

11 gennaio 2006, pag. 10

 

E’ stato dedicato anche ad alcuni briganti brindisini il monumento di Gioia del Colle che da qualche giorno ricorda la sconfitta e la morte del “sergente Romano”, il più famoso dei briganti postunitari pugliesi.

Pasquale Domenico Romano era un ex sergente dell’esercito borbonico e alfiere del della 1ª compagnia del 5° Reggimento di linea. A seguito del dissolvimento dell’esercito di Re Francesco, tornò nel gennaio del 1861 in paese, dove -  nel luglio dello stesso anno – diresse la rivolta antiunitaria che fu brutalmente repressa nel sangue. Successivamente si dette alla macchia, radunando una grossa formazione di armati che scorse la campagna fino al gennaio del 1863, dando scacco alle truppe piemontesi ed ai militi della Guardia Nazionale di Terra di Bari e di Terra d’Otranto.

Le campagne ed i paesi del Brindisino ebbero modo di conoscere l’audacia e l’acume militare del sergente, conosciuto anche come «Francescano terribile» e «Enrico la Morte». Solo per citare gli episodi più conosciuti dirò che Romano era con Giuseppe Nicola Laveneziana la notte tra il 20 e il 21 novembre 1862, allorché fu assalita e conquistata per poche ore  Carovigno; era alla testa dei suoi il  22 novembre nell’assalto della masseria Santoria in agro di Torre S.Susanna, nell’omicidio del liberale Giuseppe Biasi e nel successivo  vano tentativo di attacco ad Erchie.

Su Romano molto si è scritto, ma tutti – seppur in diversa misura – ne hanno riconosciuto le idealità legittimistiche e le motivazioni politiche. Perfino il deputato G. Massari, nella sua relazione conclusiva dell’inchiesta su brigantaggio nelle province meridionali, dovette riconoscergli dignità di combattente politico.

Ora, distanza di oltre centoquaranta anni per iniziativa dell’associazione neoborbonica di Gioia del Colle, è stata inaugurata una stele commemorativa nel bosco di parco della Corte, in agro di Acquaviva, al confine con i territori di Gioia e di Santeramo, luogo nel quale Romano ed oltre venti suoi uomini andarono incontro alla morte in uno scontro con uno squadrone dei Cavalleggeri di Saluzzo di stanza a Gioia.

Tra i caduti vi erano almeno tre brindisini: il primo l’ostunese Angelo Raffaele Quartulli, detto don Angiolino, di condizione «civile» che del Romano - sapendo scrivere - era il segretario. Proveniente da agiata famiglia si era dato al brigantaggio insieme al cugino Tito Trinchera (don Tito). Entrambi, datisi alla macchia nell’ottobre del ’61, furono etichettati dalla giunta Municipale di Ostini «per fama pubblica» come «giovanastri scapestrati».

Il secondo caduto fu Giovanni Cannalire di Francavilla Fontana che le cronache coeve individuano come «Candeliero», datosi al brigantaggio con il fratello Emanuele che fu poi condannato ai lavori forzati a vita.

Del terzo, il cui nominativo – come per gli altri – è desunto dai rapporti della forza pubblica e dall’interrogatorio di un quattordicenne di Martina, Ignazio Semeraro, scampato al massacro si hanno pochissime notizie. Incerta, anche se probabile, è finanche  l’identificazione: si tratterebbe di Francesco Esposito, nativo di Carovigno.

Ora, con una scelta che non mancherà di suscitare polemiche e discussioni, si è voluto ricordare l’episodio che segna la fine del cosiddetto brigantaggio politico in Puglia.

Tra le intenzioni dei promotori dell’iniziativa vi è quella di riconoscere alla repressione del brigantaggio postunitario  meridionale dignità di guerra civile: non è questa, però, la sede per approfondire l’argomento. Certamente è un’occasione per riflettere e per rivisitare un periodo storico sul quale non si è detto tutto e per il quale ciò che si è detto non è sempre corrispondente alla realtà. Per noi brindisini è l’ulteriore conferma, seppur  ce ne fosse bisogno, che la vicenda non ci sfiorò solamente ma ci coinvolse direttamente

 


 

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I motivi di un appuntamento di cultura che prelude ad altri incontri

Valutare le ragioni dei vinti

La rilettura più che necessaria di un periodo di storia meridionale

23 settembre 2006, pag. 11

 

Un’intera settimana di studi sul fenomeno del brigantaggio è una novità assoluta non solo in Puglia ma forse in tutto il Meridione d’Italia. L’iniziativa, nata dall’intuizione del prof. Biondi e dell’avv. Nigro, entrambi di Villa Castelli, trova la sua collocazione nella cittadina brindisina in una sapiente miscela di promozione culturale e turistica.

I temi proposti vanno dall’analisi generale del fenomeno alla trattazione di singoli momenti e aspetti particolari: rivivranno quindi pagine dimenticate o misconosciute della storia del Sud, dal brigantaggio del decennio francese al ribellismo postunitario; si parlerà di capi famosi, come Ciro Annicchiarico, il prete brigante e del sergente Romano, ma anche della massa anonima di sbandati borbonici che presero la strada della macchia e della violenza, non avendo altra via di fuga dalla miseria e dalla disperazione.

La colpa principale di questi uomini è forse quella di essere vissuti in un periodo di rivolgimenti epocali, senza avere la certezza, non dico del futuro, ma neanche del presente.

La paura del nuovo – rappresentato dai Savoia - che avanzava colse impreparati i contadini meridionali che ancora non avevano coscienza di essere classe sociale: a loro anche il poco o il nulla che possedevano sotto i Borboni sembrò in pericolo. La loro centenaria aspirazione, il possesso della terra che lavoravano, per un momento sembrò realizzarsi: così, ad esempio, Garibaldi apparve subito ai loro occhi il messia venuto ad affrancarli e a liberarli. E non tardarono a ricredersi quando il nuovo Stato, invece delle terre promesse, impose nuove tasse e nuove coscrizioni obbligatorie: quanto grande fu l’illusione di un momento, tanto maggiore e immediata fu la delusione; le terre cambiarono proprietà ma i contadini continuarono a rimanerne esclusi e – in aggiunta - i loro figli dovettero andare a servire il nuovo sovrano in un esercito che ancora non considerarono come il proprio.  

E fu la macchia, furono le ruberie e le grassazioni di un popolo che non intravedeva futuro, furono le illusioni di un ritorno al potere del Borbone, fu il brigantaggio.

Lo stato unitario rispose alla violenza con la repressione, spesso crudele e quasi sempre indiscriminata, in una lotta impari tra un esercito organizzato e preponderante per numero e i manipoli di uomini alla macchia; una lotta che – come in tutte quelle definite di guerriglia – segnò parziali ed iniziali successi per i secondi. Allora si volle colpire ancora più duramente e lo Stato emanò la prima di una lunga serie di leggi speciali che lo hanno caratterizzato fino ad oggi: la legge Pica. Soppresse le fondamentali libertà, bastò il sospetto per arrestare, fu sufficiente essere catturato con le armi in mano per essere fucilato sul posto, il solo sospetto fu elevato a rango di prova, la parentela diventò crimine e intere famiglie – colpevoli di avere un congiunto alla macchia – furono poste in stato di detenzione e giudicate dai tribunali militari straordinari di guerra.

Fu, insomma, quella che gli storiografi ufficiali – la storia è scritta sempre dal vincitore - definirono con disprezzo e faciloneria lotta alla delinquenza comune meridionale, “il brigantaggio”.

Ora sono passati quasi centocinquanta anni, il revisionismo di quel periodo storico è avviato, i tempi sono maturi per riflettere obiettivamente su quel periodo, per capire, senza giustificare le violenze di entrambe le parti, anche le ragioni di chi perse, per analizzare la portata popolare e la diffusione del brigantaggio meridionale, per inquadrarla in un contesto più aderente alla realtà di confusa rivolta anarcoide della classe contadina del Sud.

Per questo e per tante altre ragioni una settimana di studi può non essere sufficiente, ma è un passo importante per analizzare gli errori di allora traendone gli elementi per superare quelle occasioni di conflittualità ancora oggi esistenti.

 


 

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Bilancio estremamente positivo per la «1ª Settimana dei Briganti» promossa a Villa Castelli

Come riscrivere la storia

Vivo successo delle manifestazioni culturali

8 ottobre 2006, pag. 22

 

A manifestazione appena conclusa si può trarre un primo bilancio della “Settimana dei briganti”: il successo di pubblico e la nutrita partecipazione di studiosi hanno pienamente confermato la validità dell’intuizione del prof. Biondi e dell’Avv. Nigro.

Durante l’intera settimana si sono avvicendati nella trattazione di varie sfaccettature del fenomeno del brigantaggio meridionale alcuni tra i massimi studiosi del settore.

Gli intervenuti hanno potuto così conoscere le vicende preunitarie locali con Rosario Quaranta, attraverso la presentazione del suo libro su Ciro Annicchiarico, quelle calabresi del periodo di occupazione francese con Ulderico Nisticò.

L’epopea di Pasquale Domenico Romano, detto «il sergente di Gioia», che nel panorama meridionale assume un ruolo primario come uno dei pochi veri «briganti politici» è stata raccontata da Mario Guagnano, che ne è il massimo conoscitore.

Dino Levante ha fatto il punto delle ricerche storiografiche di settore dall’ottocento ad oggi.

Vincenzo Labanca, autore di una fortunata trilogia di racconti sul brigantaggio, ha presentato le sue opere impreziosendo la sua relazione con la proiezione di un video realizzato da ragazzi lucani che – grazie anche ai suoi racconti – hanno saputo cogliere efficacemente gli aspetti essenziali del fenomeno.

Antonio Trinchera e Maria Santina Faggiano Semeraro hanno illustrato i risultati davvero ottimi del progetto dei ragazzi della Scuola Maia Materdona di Mesagne che, partendo dall’analisi del libro dello stesso Trinchera «Il segreto della rosa», hanno analizzato l’incidenza del fenomeno del brigantaggio nella nostra provincia.

Il capitano Alessandro Romano, autore di una ricchissima mostra documentaria sul brigantaggio, ha chiarito la posizione dei tanti movimenti neoborbonici oggi esistenti, ai quali deve essere riconosciuto il merito di aver sollevato il velo dell’indifferenza e dell’oblio sulle cause e sugli effetti dell’annessione del Regno delle Due Sicilie.

La serata conclusiva ha visto un’anteprima d’eccezione: Raffaele Nigro ha presentato la sua ultima fatica: «Giustiziateli sul campo», una monumentale ricerca su «letteratura e brigantaggio» che sarà a giorni in libreria e che si preannuncia come un’opera di fondamentale interesse per quanti vogliano approcciarsi al fenomeno.

Nel corso del convegno sono stati inoltre portati all’attenzione dei partecipanti alcuni aspetti della vita quotidiana dei briganti e, grazie al lavoro di ricerca di tanti studiosi, sono emerse alcune interessanti novità – anche di interesse locale – sulle quali avrò modo di soffermarmi in seguito.

Il convegno ha evidenziato infine, ove ve ne fosse ancora bisogno, la necessità di continuare nello studio di un periodo tormentato della nostra storia nella convinzione che, se è vero che molto si è scritto sul brigantaggio, è altrettanto innegabile che questo «molto» risulta spesso fuorviante, oleografico e talora non veritiero: riscrivere oggi obiettivamente quella storia  è possibile e utile per comprenderne gli errori e trarne conseguenze per il presente.

Il comitato organizzatore, incoraggiato dal successo della prima edizione, si è già messo al lavoro per preparare la seconda che si preannuncia ricca di interessanti novità: ad esempio, la prossima «settimana» sarà itinerante, mirerà a coinvolgere le scuole, il mondo accademico e le istituzioni.

E a breve il comitato stesso si trasformerà in associazione – aperta a tutti gli interessati -  che curerà la pubblicazione degli atti di questo primo convegno per consentire la maggiore fruizione possibile. Il tutto – come si vede dalla foto che si pubblica – anche attraverso una ricerca iconografica, tesa a completare una ricerca che non finirà mai di offrire ulteriori spunti di riflessione.


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Presentata a Villa Castelli l’unica sua immagine

E un lampo al magnesio immortalò Laveneziana

il brigante “figlio del re”

20 ottobre 2006, pag. 12

 

Tra le tante piccole curiosità e novità emerse nel corso del recente convegno di Villa Castelli sul brigantaggio meridionale, ve ne è una di particolare interesse locale: il capitano Alessandro Romano, nel corso della presentazione della sua mostra itinerante (una ricchissima documentazione fotografica e documentale che attira l’attenzione di un sempre più numeroso pubblico), ha esibito l’unica foto finora ritrovata del più famoso brigante brindisino: Giuseppe Nicola Laveneziana.

Il brigante, un contadino detto «il figlio del re», era nato  - terzo di ben  tredici fratelli - a Carovigno il 1 febbraio 1832.

Saverio Lasorsa (La banda di Carovigno in Rivista Storica Salentina, anno IX, num.3/4 – 5/6, 1914) fornisce una descrizione delle fattezze fisiche del brigante che, corrispondendo esattamente alla foto,  avvalorano l’autenticità della stessa: «giovane dalla persona alta e prestante, dall’aspetto truce e imperioso».

Antonio Lucarelli nel suo «Brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860, il Sergente Romano» lo vuole colpevole di delitti comuni.

L’attuale stato degli studi non consente ancora di risalire alle motivazioni che indussero Laveneziana a darsi alla macchia. Incerta è anche la datazione delle sue prime gesta: Vincenzo Carella, a cui si deve finora la più puntuale ricostruzione del brigantaggio nel brindisino, le colloca sul finire dell’estate del 1862, l’otto settembre, allorché il carovignese, alla testa di una piccola formazione a cavallo, composta da soli cinque elementi, venne per la prima volta avvistato nella marina tra Carovigno e San Vito dei Normanni. In precedenza Laveneziana – sempre secondo il Carella – una volta adempiuto al servizio militare, aveva aiutato nel lavoro dei campi il padre che conduceva in fitto la masseria Cuoco, in agro di Brindisi,  di Pasquale Lopez.

Risale invece al giorno successivo la prima azione delittuosa conosciuta del Laveneziana che sequestrò un ragazzo, Vincenzo Brandi, a scopo estorsivo.

In realtà Laveneziana, secondo la ricostruzione di Mario Guagnano (<<Il sergente Romano, pagine di brigantaggio politico in Puglia, Mottola, 1993>>), si era arruolato nelle fila della reazione filoborbonica già il 20 agosto dello stesso anno, nel corso del famoso convegno del bosco Pianelle di Martina Franca: qui, per ordine del Comitato Centrale Borbonico, erano convenute - per unirsi sotto il comando unico del gioiese Pasquale Domenico Romano, capo indiscusso del legittimismo borbonico - tutte le formazioni brigantesche del barese e del Salento.

Laveneziana, dopo aver prestato, come gli altri capi, giuramento di fedeltà a Francesco II, era stato nominato dal Romano «primo sergente». Di fatto era diventato uno dei suoi più fidati luogotenenti, con il compito di procacciare viveri e munizioni alla formazione legittimista e di arruolare proseliti. Dotato di coraggio e di risolutezza non comuni, era stato posto dal Romano a capo di una delle formazioni di media grandezza (una ventina di uomini a cavallo), attraverso le quali il “sergente di Gioia”  aveva frazionato l’intera sua forza, dotandola così – sul modello di quella di Crocco - di grande agilità tattica e strategica.

Laveneziana ebbe sicuramente un ruolo importante in tutti i maggiori episodi di grassazione e di estorsione avvenuti nel brindisino tra settembre e novembre del 1862: quasi sempre i biglietti di ricatto ai proprietari – ancorché non scritti materialmente da lui - portavano la sua firma; spesso ammantava le sue gesta di colorazione politica. Era uno dei pochi che aveva l’ardire di contrastare le decisioni del «sergente Romano» che, in alcune circostanze ebbe a redarguirlo per gli eccessi di violenza. Il brigante carovignese, affatto intimorito, arrivò a spiegare al capo che solo attraverso l’uso sistematico di questa si potevano ottenere i risultati sperati.

Laveneziana sfidò apertamente le forze dell’ordine fino a dar loro appuntamento (così accadde in occasione dello scontro presso la masseria S. Teresa del 23  ottobre), spesso s’incaricò personalmente delle esecuzioni dei malcapitati caduti nelle mani della banda e – aiutato da alcuni filoborbonici locali – assalì (era il 21 novembre), occupò e saccheggiò il suo paese, Carovigno.

Le sue gesta, insomma, coincisero con quelle del suo più conosciuto capo, il «sergente di Gioia».

E la sorte volle accomunare i due anche nella fine, che avvenne quasi contemporaneamente: nel pomeriggio del 1° dicembre la truppa piemontese e la Guardia Nazionale avvistarono il grosso della formazione del Romano che sostava presso la masseria dei Monaci di San Domenico Maggiore, posta tra Alberobello, Noci e Mottola e l’attaccarono: tra i primi ad avventarsi contro i soldati vi fu proprio il Laveneziana che, nello scontro, rimase sul terreno. 

Romano cadde, invece, appena un mese dopo,  il 5 gennaio del 1863 nel bosco detto «Parco della Corte» in tenimento di Acquaviva, ai confini con i territori di Gioia e Santeramo, a poca distanza dai boschi di Vallata, proprio dove cioè – nel luglio 1861- era iniziata la sua epopea legittimista.

 


 

 

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