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LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO – BRINDISI – Sabato 23 Settembre 2006 – pag. 11

 

I motivi di un appuntamento di cultura che prelude ad altri incontri

Valutare le ragioni dei vinti

La rilettura più che necessaria di un periodo di storia meridionale

 

briganti_150.jpg  Un’intera settimana di studi sul fenomeno del brigantaggio è una novità assoluta non solo in Puglia, ma forse in tutto il Meridione d’Italia. L’iniziativa, nata dall’intuizione del prof. Biondi e dell’avv. Nigro, entrambi di Villa Castelli, trova la sua collocazione nella cittadina brindisina in una sapiente miscela di promozione culturale e turistica. I temi proposti vanno dall’analisi generale del fenomeno alla trattazione di singoli momenti e aspetti particolari: rivivranno quindi pagine dimenticate o misconosciute della storia del Sud, dal brigantaggio del decennio francese al ribellismo postunitario; si parlerà di capi famosi, come Ciro Annicchiarico, il prete brigante e del sergente Romano, ma anche della massa anonima di sbandati borbonici, che presero la strada della macchia e della violenza, non avendo altra via di fuga dalla miseria e dalla disperazione.

  La colpa principale di questi uomini è forse quella di essere vissuti in un periodo di rivolgimenti epocali, senza avere la certezza, non dico del futuro, ma neanche del presente.

  La paura del nuovo – rappresentato dai Savoia - che avanzava colse impreparati i contadini meridionali, che ancora non avevano coscienza di essere classe sociale: a loro anche il poco o il nulla che possedevano sotto i Borboni sembrò in pericolo. La loro centenaria aspirazione, il possesso della terra che lavoravano, per un momento sembrò realizzarsi: così, ad esempio, Garibaldi apparve subito ai loro occhi il messia venuto ad affrancarli e a liberarli. E non tardarono a ricredersi quando il nuovo Stato, invece delle terre promesse, impose nuove tasse e nuove coscrizioni obbligatorie: quanto grande fu l’illusione di un momento, tanto maggiore e immediata fu la delusione; le terre cambiarono proprietà ma i contadini continuarono a rimanerne esclusi e – in aggiunta - i loro figli dovettero andare a servire il nuovo sovrano in un esercito che ancora non considerarono come il proprio.  

  E fu la macchia, furono le ruberie e le grassazioni di un popolo che non intravedeva futuro, furono le illusioni di un ritorno al potere del Borbone, fu il brigantaggio.

  Lo Stato unitario rispose alla violenza con la repressione, spesso crudele e quasi sempre indiscriminata, in una lotta impari tra un esercito organizzato e preponderante per numero e i manipoli di uomini alla macchia; una lotta che – come in tutte quelle definite “di guerriglia” – segnò parziali ed iniziali successi per i secondi. Allora, si volle colpire ancora più duramente e lo Stato emanò la prima di una lunga serie di leggi speciali che lo hanno caratterizzato fino ad oggi: la legge Pica. Soppresse le fondamentali libertà, bastò il sospetto per arrestare, fu sufficiente essere catturato con le armi in mano per essere fucilato sul posto, il solo sospetto fu elevato a rango di prova, la parentela diventò crimine e intere famiglie – colpevoli di avere un congiunto alla macchia – furono poste in stato di detenzione e giudicate dai tribunali militari straordinari di guerra.

  Fu, insomma, quella che gli storiografi ufficiali – la storia è scritta sempre dal vincitore - definirono con disprezzo e faciloneria lotta alla delinquenza comune meridionale, “il brigantaggio”.

Ora sono passati quasi centocinquanta anni, il revisionismo di quel periodo storico è avviato, i tempi sono maturi per riflettere obiettivamente su quel periodo, per capire, senza giustificare le violenze di entrambe le parti, anche le ragioni di chi perse, per analizzare la portata popolare e la diffusione del brigantaggio meridionale, per inquadrarla in un contesto più aderente alla realtà di confusa rivolta anarcoide della classe contadina del Sud.

 Per questa, e per tante altre ragioni, una settimana di studi può non essere sufficiente, ma è un passo importante per analizzare gli errori di allora, traendone gli elementi per superare quelle occasioni di conflittualità ancora oggi esistenti.

Valentino Romano

 


IL VELINO CULTURA - Anno VIII - n. 79 del 07.10.2006

Convegni / "La Settimana dei briganti"

 

Roma - Si è conclusa domenica scorsa, nella località brindisina di Villa Castelli, “La settimana dei briganti”, la prima sette giorni di studi interamente dedicata al brigantaggio meridionale. Al convegno, che ha riscosso notevole successo, hanno partecipato numerosi studiosi i quali hanno analizzato il fenomeno del brigantaggio sotto diversi aspetti. Per anni condannati senza appello dalla storiografia ufficiale, i briganti sono oggi rivisitati e rivalutati. Una forma di revisionismo storico che non si pone l’obiettivo di mettere in discussione l’unità d’Italia dal punto di vista politico-istituzionale, bensì tenta di riesaminare le modalità attraverso cui lo Stato sabaudo ha realizzato questa unificazione. Vista sotto questa lente storiografica, il brigantaggio assume quindi la forma di rivolta anarcoide contro gli invasori piemontesi che fecero l’unità d’Italia sulla pelle delle classi meridionali, soprattutto quelle contadine. Rocco Biondi, organizzatore del convegno, spiega al VELINO: “Considerati dalla storia ufficiale come delinquenti comuni, i briganti rappresentarono in realtà l’anima del Mezzogiorno. Prima dell’unificazione voluta dai Savoia si erano già ribellati alle invasioni francesi del 1799 e del 1806; quindi si opposero ai latifondisti e ai signorotti locali; infine, dopo il 1860, fecero guerra ai piemontesi che avevano occupato il meridione senza che la popolazione locale fosse convinta e preparata all’unificazione italiana”.

Insomma una sorta di reazione popolare al potere, qualunque esso fosse. Si calcola che quasi un milione tra briganti e fiancheggiatori persero la vita nel corso della repressione attuata dalle truppe piemontesi.
Il simbolo della lotta intrapresa dallo Stato sabaudo contro il brigantaggio è la famosa “legge Pica”, emanata dal Parlamento italiano il 15 agosto 1863, la cui applicazione comportò una rapida e spietata repressione del fenomeno che da lì a pochi anni, infatti, si esaurì. “Il fenomeno del brigantaggio è servito allo Stato italiano per emanare una serie di provvedimenti mai varati fino ad allora”, racconta al VELINO Valentino Romano, tra i massimi studiosi della materia. “La legge Pica”, ad esempio, è stata la prima legislazione speciale promulgata dal nostro Paese. Così pure la prima commissione d’inchiesta parlamentare costituita in Italia fu quella sul brigantaggio. La quale non concluse nulla, come spesso accade alle commissioni d’inchiesta, perché i commissari girarono l’Italia meridionale interrogando i “galantuomini”, i liberali, e non raccolsero il parere dei contadini, veri protagonisti del brigantaggio. Così la raccolta d’informazioni sul fenomeno non poté essere più incompleta”. Romano ha studiato in particolar modo la vita quotidiana dei briganti.

“La loro figura è stata mitizzata nel tempo – spiega -, abbiamo quindi la rappresentazione oleografica e idealizzata tipo il Robin Hood che toglie ai ricchi per dare ai poveri o il delinquente efferato. Io invece mi dedico a storicizzare i briganti, a rapportarli alla vita di tutti i giorni. Erano sbandati dell’esercito borbonico, evasi, legittimisti, quasi tutti appartenenti a classi umili. Partendo da questi dati e immaginandosi le difficoltà di una vita alla macchia, si può tentare di ricostruire la loro quotidianità”. Un aspetto interessante riguarda il cibo. “I briganti non facevano lauti pranzi come qualcuno favoleggia – racconta Romano-, anzi da poveracci qual’erano vivevano mangiando ciò che trovavano, soprattutto le radici delle piante dei boschi. Per sapere cosa mangiassero basta farsi un quadro della cucina povera delle regioni meridionali: pane e fave nel Salento, pane e formaggio nell’alta Murgia, salumi lasciati dai pastori in Calabria. Carne non ne vedevano molta. Come riscatto, dopo un rapimento, erano soliti chiedere i “maccaroni”, la pasta fatta in casa tipo orecchiette. Così come molto apprezzati erano i sigari”.

I briganti esplicavano il loro forte senso religioso portandosi appresso le immagini dei santi e nella latitanza sfruttavano abitudini e culture contadine. “Curavano le ferite con succo estratto dalle patate, mentre il melograno lo utilizzavano per fermare l’emorragia causata dall’estrazione di un dente”, spiega Romano che aggiunge come “dal punto di vista sessuale il brigante avesse tutte le pulsioni di un uomo comune e non fosse per nulla asessuato, come invece comunemente si ritiene”. Le donne, nel fenomeno del brigantaggio, non furono tante ma sono state comunque significative. “Troviamo quelle che svolsero semplicemente la funzione di amanti o mogli dei briganti, ma vi furono anche le brigantesse vere e proprie che parteciparono ad azioni belliche armi in pugno”, conclude lo studioso. (Emanuele Gatto)


LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO – BRINDISI – Domenica 8 Ottobre 2006 – pag. 22

 

Bilancio estremamente positivo per la «1ª Settimana dei Briganti» promossa a Villa Castelli

Come riscrivere la storia

Vivo successo delle manifestazioni culturali

 

Crocco fugge da Brindisi.jpg  A manifestazione appena conclusa si può trarre un primo bilancio della “Settimana dei briganti”: il successo di pubblico e la nutrita partecipazione di studiosi hanno pienamente confermato la validità dell’intuizione del prof. Biondi e dell’Avv. Nigro.

  Durante l’intera settimana si sono avvicendati nella trattazione di varie sfaccettature del fenomeno del brigantaggio meridionale alcuni tra i massimi studiosi del settore.

  Gli intervenuti hanno potuto così conoscere le vicende preunitarie locali con Rosario Quaranta, attraverso la presentazione del suo libro su Ciro Annicchiarico, quelle calabresi del periodo di occupazione francese con Ulderico Nisticò.

  L’epopea di Pasquale Domenico Romano, detto «il sergente di Gioia», che nel panorama meridionale assume un ruolo primario come uno dei pochi veri «briganti politici» è stata raccontata da Mario Guagnano, che ne è il massimo conoscitore.

  Dino Levante ha fatto il punto delle ricerche storiografiche di settore dall’ottocento ad oggi.

  Vincenzo Labanca, autore di una fortunata trilogia di racconti sul brigantaggio, ha presentato le sue opere impreziosendo la sua relazione con la proiezione di un video realizzato da ragazzi lucani che – grazie anche ai suoi racconti – hanno saputo cogliere efficacemente gli aspetti essenziali del fenomeno.

  Antonio Trinchera e Maria Santina Faggiano Semeraro hanno illustrato i risultati davvero ottimi del progetto dei ragazzi della Scuola Maia Materdona di Mesagne che, partendo dall’analisi del libro dello stesso Trinchera «Il segreto della rosa», hanno analizzato l’incidenza del fenomeno del brigantaggio nella nostra provincia.

  Il capitano Alessandro Romano, autore di una ricchissima mostra documentaria sul brigantaggio, ha chiarito la posizione dei tanti movimenti neoborbonici oggi esistenti, ai quali deve essere riconosciuto il merito di aver sollevato il velo dell’indifferenza e dell’oblio sulle cause e sugli effetti dell’annessione del Regno delle Due Sicilie.

  La serata conclusiva ha visto un’anteprima d’eccezione: Raffaele Nigro ha presentato la sua ultima fatica: «Giustiziateli sul campo», una monumentale ricerca su «letteratura e brigantaggio» che sarà a giorni in libreria e che si preannuncia come un’opera di fondamentale interesse per quanti vogliano approcciarsi al fenomeno.

  Nel corso del convegno sono stati inoltre portati all’attenzione dei partecipanti alcuni aspetti della vita quotidiana dei briganti e, grazie al lavoro di ricerca di tanti studiosi, sono emerse alcune interessanti novità – anche di interesse locale – sulle quali avrò modo di soffermarmi in seguito.

  Il convegno ha evidenziato infine, ove ve ne fosse ancora bisogno, la necessità di continuare nello studio di un periodo tormentato della nostra storia nella convinzione che, se è vero che molto si è scritto sul brigantaggio, è altrettanto innegabile che questo «molto» risulta spesso fuorviante, oleografico e talora non veritiero: riscrivere oggi obiettivamente quella storia  è possibile e utile per comprenderne gli errori e trarne conseguenze per il presente.

  Il comitato organizzatore, incoraggiato dal successo della prima edizione, si è già messo al lavoro per preparare la seconda che si preannuncia ricca di interessanti novità: ad esempio, la prossima «settimana» sarà itinerante, mirerà a coinvolgere le scuole, il mondo accademico e le istituzioni.

E a breve il comitato stesso si trasformerà in associazione – aperta a tutti gli interessati -  che curerà la pubblicazione degli atti di questo primo convegno per consentire la maggiore fruizione possibile. Il tutto – come si vede dalla foto che si pubblica – anche attraverso una ricerca iconografica, tesa a completare una ricerca che non finirà mai di offrire ulteriori spunti di riflessione.

 

Valentino Romano


LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO – BRINDISI – Venerdì 20 Ottobre 2006 - pag. 12

E un lampo al magnesio immortalò Laveneziana il brigante «figlio del re»

 

Presentata a Villa Castelli l'unica sua immagine

 

Laveneziana-1.jpg  Tra le tante piccole curiosità e novità emerse nel corso del recente convegno di Villa Castelli sul brigantaggio meridionale, ve ne è una di particolare interesse locale: il capitano Alessandro Romano, nel corso della presentazione della sua mostra itinerante (una ricchissima documentazione fotografica e documentale che attira l’attenzione di un sempre più numeroso pubblico), ha esibito l’unica foto finora ritrovata del più famoso brigante brindisino: Giuseppe Nicola Laveneziana.

  Il brigante, un contadino detto «il figlio del re», era nato – terzo di ben tredici fratelli - a Carovigno il 1 febbraio 1832. Saverio Lasorsa (La banda di Carovigno in “Rivista Storica Salentina”, anno IX, num.3/4 – 5/6, 1914) fornisce una descrizione delle fattezze fisiche del brigante che, corrispondendo esattamente alla foto,  avvalorano l’autenticità della stessa: «giovane dalla persona alta e prestante, dall’aspetto truce e imperioso».

  Antonio Lucarelli, nel suo «Brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860, il Sergente Romano», lo vuole colpevole di delitti comuni.

  L’attuale stato degli studi non consente ancora di risalire alle motivazioni che indussero Laveneziana a darsi alla macchia. Incerta è anche la datazione delle sue prime gesta: Vincenzo Carella, a cui si deve finora la più puntuale ricostruzione del brigantaggio nel brindisino, le colloca sul finire dell’estate del 1862, l’otto settembre, allorché il carovignese, alla testa di una piccola formazione a cavallo, composta da soli cinque elementi, venne per la prima volta avvistato nella marina tra Carovigno e San Vito dei Normanni. In precedenza Laveneziana – sempre secondo il Carella – una volta adempiuto al servizio militare, aveva aiutato nel lavoro dei campi il padre che conduceva in fitto la masseria Cuoco, in agro di Brindisi,  di Pasquale Lopez.

  Risale invece al giorno successivo la prima azione delittuosa conosciuta del Laveneziana che sequestrò un ragazzo, Vincenzo Brandi, a scopo estorsivo.

  In realtà Laveneziana, secondo la ricostruzione di Mario Guagnano («Il sergente Romano, pagine di brigantaggio politico in Puglia, Mottola, 1993»), si era arruolato nelle fila della reazione filoborbonica già il 20 agosto dello stesso anno, nel corso del famoso convegno del bosco Pianelle di Martina Franca: qui, per ordine del Comitato Centrale Borbonico, erano convenute - per unirsi sotto il comando unico del gioiese Pasquale Domenico Romano, capo indiscusso del legittimismo borbonico - tutte le formazioni brigantesche del barese e del Salento.

  Laveneziana, dopo aver prestato, come gli altri capi, giuramento di fedeltà a Francesco II, era stato nominato dal Romano «primo sergente». Di fatto era diventato uno dei suoi più fidati luogotenenti, con il compito di procacciare viveri e munizioni alla formazione legittimista e di arruolare proseliti. Dotato di coraggio e di risolutezza non comuni, era stato posto dal Romano a capo di una delle formazioni di media grandezza (una ventina di uomini a cavallo), attraverso le quali il “sergente di Gioia”  aveva frazionato l’intera sua forza, dotandola così – sul modello di quella di Crocco - di grande agilità tattica e strategica.

  Laveneziana ebbe sicuramente un ruolo importante in tutti i maggiori episodi di grassazione e di estorsione avvenuti nel brindisino tra settembre e novembre del 1862: quasi sempre i biglietti di ricatto ai proprietari – ancorché non scritti materialmente da lui - portavano la sua firma; spesso ammantava le sue gesta di colorazione politica. Era uno dei pochi che aveva l’ardire di contrastare le decisioni del «sergente Romano» che, in alcune circostanze ebbe a redarguirlo per gli eccessi di violenza. Il brigante carovignese, affatto intimorito, arrivò a spiegare al capo che solo attraverso l’uso della violenza si potevano ottenere i risultati sperati.

  Laveneziana sfidò apertamente le forze dell’ordine fino a dar loro appuntamento (così accadde in occasione dello scontro presso la masseria S. Teresa del 23  ottobre), spesso s’incaricò personalmente delle esecuzioni dei malcapitati caduti nelle mani della banda e – aiutato da alcuni filoborbonici locali – assalì (era il 21 novembre), occupò e saccheggiò il suo paese, Carovigno.

  Le sue gesta, insomma, coincisero con quelle del suo più conosciuto capo, il «sergente di Gioia».

  E la sorte volle accomunare i due anche nella fine, che avvenne quasi contemporaneamente: nel pomeriggio del 1° dicembre 1862 la truppa piemontese e la Guardia Nazionale avvistarono il grosso della formazione del Romano, che sostava presso la masseria dei Monaci di San Domenico Maggiore, posta tra Alberobello, Noci e Mottola e l’attaccarono: tra i primi ad avventarsi contro i soldati vi fu proprio il Laveneziana che, nello scontro, rimase sul terreno. 

  Romano cadde, invece, appena un mese dopo,  il 5 gennaio del 1863 nel bosco detto «Parco della Corte» in tenimento di Acquaviva, ai confini con i territori di Gioia e Santeramo, a poca distanza dai boschi di Vallata, proprio dove cioè – nel luglio 1861- era iniziata la sua epopea legittimista.

 

Valentino Romano


AGIM - Agenzia stampa di iniziativa meridionale

lunedì 20 novembre 2006

SETTIMANA DEI BRIGANTI A BRINDISI

A Villa Castelli, un grazioso comune in provincia di Brindisi immerso in uliveti e vigneti, è sorta una nuova associazione che, tenuto presente quanto sono riusciti ad organizzare quest'anno i promotori, sicuramente promette una felice stagione storico-culturale. Quali gli scopi dell'associazione? Il suo nome non lascia dubbi: "La Settimana dei Briganti - L'altra Storia". All'art.2 dello statuto è detto che, tra l'altro, " L'Associazione è un luogo di dibattito, di elaborazione socio-culturale e di realizzazione di progetti mirati alla rivalutazione storico-politica del fenomeno delle insorgenze nell'Italia meridionale, con particolare riguardo al brigantaggio postunitario". Il Presidente è Rocco Biondi. Tra i soci fondatori vi sono Vito Nigro, il giornalista Angelo Sconosciuto ed il compatriota Valentino Romano. L'associazione ha numerose iniziative in cantiere, tra le quali la preparazione della seconda edizione della "settimana" ed un progetto editoriale che vedrà quale prima opera, tra l'altro già in preparazione, la pubblicazione degli atti del 1° convegno tenutosi dal 25 settembre al 1° ottobre 2006. Va inoltre segnalato che l'Associazione ha attivato un sito www.settimanadeibriganti.it (fonte: Cap.Alessandro Romano)

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